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	<description>la storia svelata</description>
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		<title>Blow up. Oltre la forma, più vicino alla realtà</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 10:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[La tecnica fotografica del blow up consiste nell&#8217;ingrandire un&#8217;immagine fino al  punto in cui l&#8217;aumento della grana della pellicola divenga tale da rendere impossibile distinguere le forme dell&#8217;oggetto fotografato.
Attraverso il progressivo ingrandimento, infatti, la foto perde gradualmente ogni suo aspetto figurativo, trasformandosi in<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/editoriale/blow-up-oltre-la-forma-piu-vicino-alla-realta/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><img class="alignleft size-medium wp-image-966" title="uno sguardo nel passato" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/06/DSCN6360-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />La tecnica fotografica del <em>blow up</em> consiste nell&#8217;ingrandire un&#8217;immagine fino al  punto in cui l&#8217;aumento della grana della pellicola divenga tale da rendere impossibile distinguere le forme dell&#8217;oggetto fotografato.<br />
Attraverso il progressivo ingrandimento, infatti, la foto perde gradualmente ogni suo aspetto figurativo, trasformandosi in qualcosa di astratto e di surreale. Pensiamo a Joseph Kosuth, artista concettuale che utilizzava l’ingrandimento fotografico per rendere le proprie opere non tanto “visive” quanto piuttosto “visibili”.<br />
Se con la tecnica del <em>blow up</em> l&#8217;immagine originale si trasforma in qualcosa di irriconoscibile, è anche vero che, oltre ogni forma e oltre ogni apparenza, qualcosa di nuovo si rivela ai nostri occhi, mostrandoci a volte aspetti della realtà del tutto inaspettati.<br />
Anche nel campo della ricerca storica, come in qualsiasi forma d’arte e di comunicazione, potrebbe risultare interessante applicare il metodo del <em>blow up </em>così da poter osservare sempre più da vicino la realtà, tentando di ingrandire quei dettagli che ci appaiono fraintesi o trascurati, e cercando di ampliare la visuale di aspetti che risultano tralasciati, se non addirittuara mistificati.<br />
In un certo senso fanno uso della tecnica del <em>blow up</em> anche i tanti lettori di EVUS che trovano i nostri articoli attraverso i motori di ricerca: non si stancano di porsi domande, rimangono aperti, ricettivi e critici, di fronte a nuovi punti di vista. Cercano di ingrandire sempre più l&#8217;immagine che appare ai loro occhi, nel tentativo audace di svelare verità criptate, e nell&#8217;intento eroico di far luce su aspetti oscuri o dimenticati della nostra storia passata.</p>
<p>Forse c&#8217;è un rischio in tutto ciò: quello di perdere fiducia nel concetto assoluto di obiettività. Ma io credo che, nell’atto di osservare sempre più da vicino gli eventi e i fantasmi del nostro passato,  seppure dovessimo rischiare di mettere in discussione dogmi e verità, e seppure dovessimo rischiare di confonderci tra i confini del vero, in ogni caso sarebbe valsa la pena di ampliare i nostri orizzonti, attraverso quella che mi piace definire la <em>tecnica illuminante del blow up</em> .</p>
<p>Antonella Bazzoli -19 giugno 2010 (aggiornato 2 maggio 2012)</p>
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		<title>Quando i principi etruschi arrivarono a Perugia&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 10:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antiquae gentes]]></category>
		<category><![CDATA[Grandangolo]]></category>
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		<description><![CDATA[In origine l&#8217;antica città di Perugia sarebbe stata abitata dagli Umbri Sarsinati, e solo in seguito  sarebbe diventata città etrusca.  E&#8217; quanto tramanda Servio nel suo commento al IX Libro dell&#8217;Eneide.  Un&#8217;ulteriore conferma in tal senso proviene da Plinio, il quale riporta che gli Etruschi avrebbero conquistato trecento città, già appartenute agli Umbri il cui<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/grandangolo/quando-i-principi-etruschi-arrivarono-a-perugia/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2494" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-2494  " title="Una delle quattro figure alate che decoravano gli spigoli del carro femminile" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/08/DSCN5417-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /><p class="wp-caption-text">La dea alata, forse l&#39;etrusca Turan corrispondente alla greca Afrodite, reca in mano una colomba, simbolo di fedeltà e amore</p></div>
<p>In origine l&#8217;antica città di Perugia sarebbe stata abitata dagli Umbri Sarsinati, e solo in seguito  sarebbe diventata <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/grandangolo/porta-marzia-e-il-mito-dei-fratelli-fondatori/">città etrusca</a>.  E&#8217; quanto tramanda Servio nel suo commento al IX Libro dell&#8217;Eneide.  Un&#8217;ulteriore conferma in tal senso proviene da Plinio, il quale riporta che gli Etruschi avrebbero conquistato trecento città, già appartenute agli Umbri il cui vasto territorio si estendeva da Otricoli fino al mare Adriatico (<em>Naturalis Historia III, 113</em>).<br />
Certo è che a Perugia non risultano ritrovamenti significativi della cosiddetta età orientalizzante, il periodo a cavallo del VII secolo a.C. che per la civiltà etrusca segna il passaggio dall’età villanoviana a quella arcaica.<br />
Esistono invece interessanti testimonianze del IX secolo a.C. provenienti dalle vicine aree di Cetona e di Chiusi. Dall&#8217;analisi delle tombe di questo periodo denominato età villanoviana, gli archeologici hanno potuto stabilire che i primi villaggi dell&#8217;Etruria interna erano organizzati con una struttura sociale di tipo egualitario: il rito funerario più comune era quello incineratorio e molte delle tombe a pozzetto rinvenute in queste aree interne erano di fattura piuttosto semplice ed erano povere di arredi funerari.<br />
Fu solo nel corso dell’VIII secolo a. C. che alcune famiglie, divenute più ricche e più potenti del resto della popolazione, cominciarono ad aprirsi ai contatti esterni e in certi casi anche ad avere il sopravvento sugli altri, riuscendo così a controllare aree più vaste. Così, seppur lentamente, andò formandosi una nuova aristocrazia guerriera che ben presto abbandonò l’uso della tomba a pozzetto, prediligendo la tipologia funeraria della tomba a camera, più rispondente alle nuove esigenze della classe nascente dei principi guerrieri.</p>
<div id="attachment_2495" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2495  " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="particolare del rivestimento bronzeo del carro etrusco di San Mariano. Antiquarium di Corciano." src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/08/DSCN5419-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Il rilievo rappresenta una Gorgone, seduta con le gambe divaricate e affiancata da due leoni</p></div>
<p>Tracce  della loro presenza nel territorio dell&#8217;Etruria interna sono emerse anche intorno a Perugia. Si tratta di ritrovamenti di età arcaica (VI secolo a.C.) che testimoniano il rapporto di stretta dipendenza culturale che Perugia aveva con l’Etruria settentrionale, in particolare con le città di Chiusi  e di Cortona.</p>
<p>Lungo la strada che conduce verso il territorio chiusino, che coincide con la direttrice ricalcata più tardi dalla via Amerina &#8211; sorgeva uno dei maggiori insediamenti etruschi arcaici, del quale restano oggi i resti di una tomba principesca rinvenuta alle porte di Perugia, più precisamente nella zona di Castel San Mariano.</p>
<p>Scoperta nel 1812, la tomba conteneva tre carri di cui restano vari reperti (oggi nel Museo Archeologico di Perugia e presso l&#8217;Antiquarium di Corciano) che hanno reso possibile la loro ricostruzione. Resti di lamine bronzee di rivestimento, di cerchioni di ruote e di finimenti per il tiro, evidenziano che questi antichi veicoli avevano un significato simbolico in quanto attributi regali, oltre ad avere un utilizzo funzionale legato alla mobilità del principe etrusco in caso di guerra, e alla necessità di tenere sotto controllo i possedimenti terrieri.</p>
<p>le raffigurazioni mitologiche, rappresentate con tecnica a sbalzo sui rivestimenti bronzei del carro da parata, sembrano voler raccontare il viaggio trionfale del defunto nell&#8217;aldilà.</p>
<p>Due dei tre carri rinvenuti nella tomba perugina erano veicoli da parata (<em>carpentum</em>): aperti sul davanti, avevano due ruote e ospitavano un solo sedile posteriore, riservato al principe.<br />
Il terzo carro della tomba di Castel San Mariano è invece un veicolo legato verosimilmente alla funzione materna della donna, nell&#8217;ambito della società etrusca. E&#8217; caratterizzato da sponde curvilinee e da rivestimenti bronzei suntuosamente cesellati con raffinato gusto per il dettaglio. Le decorazioni esprimono molto bene il  carattere elitario e cerimoniale del calesse, che pare sia stato utilizzato anche per cerimonie nuziali<span style="font-family: Garamond;"> </span>.</p>
<p>I tre carri appartennero sicuramente ad uno dei grandi nuclei gentilizi che controllavano il territorio tra Perugia e Chiusi. Il materiale rinvenuto nella tomba principesca è infatti molto ricco e manifesta lo status sociale e il potere goduto dai nuovi <em>principes</em> e dalle loro <em>gentes</em>, potere che si mantenne fino alla seconda metà del VI sec. a.C.</p>
<p>di <strong>Antonella Bazzoli</strong> &#8211; 18 agosto 2011</p>
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		<title>C&#8217;era una volta Angizia&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 15:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni primo giovedì di maggio a Cocullo (piccolo centro montano della provincia aquilana) migliaia di persone tra devoti, turisti e pellegrini si ritrovano per partecipare al tradizionale “rito dei serpari”. Si tratta di una spettacolare processione che mescola religiosità, folklore e tradizione, riecheggiando rituali arcaici, riconducibili alla civiltà italica dei Marsi e al culto precristiano<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/blow-up/cera-una-volta-angizia/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni primo<img class="alignleft size-medium wp-image-1226" title="il simulacro sfila per le vie di Cocullo" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2009/05/DSCN1584-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /> giovedì di maggio a Cocullo (piccolo centro montano della provincia aquilana) migliaia di persone tra devoti, turisti e pellegrini si ritrovano per partecipare al tradizionale “rito dei serpari”. Si tratta di una spettacolare processione che mescola religiosità, folklore e tradizione, riecheggiando rituali arcaici, riconducibili alla civiltà italica dei Marsi e al culto precristiano della dea Angizia.<br />
Protagonisti della festa sono i serpenti, catturati dai serpari di Cocullo negli ultimi giorni del mese di aprile, quando i rettili se ne stanno ancora nei pressi delle proprie tane, intorpiditi dal lungo letargo invernale.<br />
I serpari offrono i rettili che hanno catturato al loro santo patrono, <a href="../index.php/news/reportage/il-santo-dei-serpenti/">Domenico abate</a>, ripetendo un antico rituale che si tiene alla fine della celebrazione religiosa: i rettili vengono deposti e sistemati con cura intorno alla testa e al collo del simulacro del santo, quindi ha inizio la processione, con il corteo che sfila per le vie del paese, mentre i serpenti si aggrovigliano e si intrecciano, scivolando e muovendosi lentamente lungo le pieghe del manto e intorno al capo o alle braccia del simulacro. E&#8217; consuetudine che dalle forme assunte dal groviglio di serpenti si traggano auspici per il raccolto e per l&#8217;andamento delle prossime stagioni.</p>
<p>Nell&#8217;assistere da spettatori a questo coinvolgente rituale sorge spontanea una domanda: come è possibile che  a Cocullo le serpi siano considerate sacre e vengano addirittura benedette per essere offerte al santo patrono, quando sia nella tradizione cristiana che in quella giudaica il serpente è stato sempre considerato un simbolo del male, a partire dall&#8217;episodio biblico del peccato originale? Per trovare una spiegazione bisogna tornare indietro nel tempo, fino a scoprire che in età precristiana in questa zona dell&#8217;Abruzzo vivevano i Marsi, guerrieri forti e valorosi la cui fama di lottatori imbattibili, li portò persino a combattere come gladiatori presso i Romani.</p>
<div id="attachment_2300" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-2300" title="San Domenico Abate portato in processione a Cocullo" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/05/serpenti_in_processione_con_la_statua_di_s_domenico-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /><p class="wp-caption-text">il simulacro del santo in processione, avvolto da un groviglio di serpenti</p></div>
<p>Ma è soprattutto per la conoscenza delle erbe a scopo terapeutico e per l&#8217; abilità nella preparazione di antidoti e veleni, che i guerrieri italici della Marsica divennero famosi come maghi e guaritori.<br />
Parlando dei popoli impegnati nella battaglia tra Turno ed Enea, Virgilio così descriveva un guerriero del popolo dei Marsi: “<em>Era gran ciurmatore e con gli incanti e col tatto ogni serpe addormentava. De gl&#8217;idri, de le vipere e de gli aspi placava l&#8217;ira, raddolciva il tosco, e risanava i morsi</em>” (Eneide,VII, 1149-1153).<br />
Secondo il greco Licofrone, e più tardi secondo Plinio il Vecchio, i Marsi avrebbero appreso i loro poteri da Circe, maestra nel manipolare le erbe e incantare i serpenti.<br />
L&#8217;abilità dei serpari di san Domenico sarebbe dunque un&#8217;arte ereditata dagli antenati italici? Sembrerebbe confermarlo il fatto che i Marsi veneravano Angizia, divinità legata al mondo ctonio dei serpenti, il cui culto è documentato da ritrovamenti archeologici e da toponimi locali. Basti pensare al manufatto raffigurante la dea che regge un serpente, rinvenuto nel bacino lacustre del Fucino, presso le cui sponde i Marsi si erano insediati.</p>
<div id="attachment_1231" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1231 " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="un innocuo esemplare di serpente catturato dai serpari di Cocullo" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2009/05/DSCN1635-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">un innocuo esemplare di serpente catturato dai serpari di Cocullo</p></div>
<p>E poi c&#8217;è Luco dei Marsi, il cui nome deriva da <em>lucus</em>, il bosco sacro ad Angizia di cui fa accenno anche Virgilio nell&#8217;Eneide. Il primato di questo centro politico e religioso, al tempo stesso città e santuario federale dei Marsi, si conservò fino al Bellum Marsicum, la guerra sociale degli inizi del I secolo a.C. che portò alla nascita del municipio romano di Anxa-Angitia.<br />
Il legame tra la dea, la cultura marsica e l’arte di ammaestrare i serpenti, si chiarisce ulteriormente alla luce del mito: Angizia, figlia di Eete era sorella di Medea e di Circe, ma delle tre figlie Angizia fu l&#8217;unica a ricevere gli onori divini, grazie alla sua conoscenza delle erbe e della magia a scopo terapeutico.<br />
Ecco cosa scriveva di Angizia il poeta abruzzese Silio Italico: &#8220;Æetæ prolem Anguitiam<span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.gutenberg.org/files/27672/27672-h/files/bookVIII.html#var8_498">,</a></span></span> mala gramina primam monstravisse ferunt, tactuque domare venena, et lunam excussisse polo, stridoribus amnes frenantem, ac silvis montes nudasse vocatis&#8221; (Punicae,VIII, 498-501), che tradotto vuol dire: “Angizia, figlia di Eete, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo, con le grida i fiumi tratteneva, e chiamandole spogliava i monti delle selve” .<br />
Tutto ciò contribuì ad accrescere la fama dei Marsi e la leggenda che li voleva immuni dai morsi velenosi.  La loro arte si sarebbe poi trasmessa attraverso i secoli, conservandosi fino ai giorni nostri, seppure tra continui adattamenti e trasformazioni.<br />
Con la diffusione del cristianesimo, infatti, nella Marsica come altrove, molti riti precristiani non furono subito abbandonati, ma sopravvissero al nuovo credo per lungo tempo. Il processo di assimilazione fu lento e graduale, e finì per attecchire più facilmente laddove le nuove figure venerate dai cristiani riuscirono a far propri gli attributi, i simboli o le tradizioni dei culti e dei rituali preesistenti.<br />
E&#8217; quanto potrebbe essere accaduto con Domenico Abate, la cui figura di santo taumaturgo cominciò ad essere invocata a partire dall&#8217; XI secolo, prendendo su di sé caratteristiche di culti precedenti, verosimilmente già appartenuti alla cultura italica dei guerrieri marsi.</p>
<div><strong>Antonella Bazzoli </strong>-  maggio 2009 (aggiornato maggio 2012)</div>
<div>Per approfondimenti:</div>
<div>
<div>&#8220;Il ritorno dei serpari&#8221; di A. Bazzoli, pubblicato in &#8220;Medioevo&#8221; &#8211; maggio 2010</div>
<div>&#8220;Scritti rari&#8221; di A. M. di Nola &#8211; Rivista abruzzese, ed. Amaltea 2000</div>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Donne e dee alle sacre feste di Aprile</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 12:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra il mese primaverile, l&#8217;istituto del matrimonio e il culto della dea dell&#8217;amore, esisterebbe uno stretto collegamento le cui radici affonderebbero nel calendario arcaico di Roma antica.
Sappiamo che alle calende di Aprile ( il primo giorno del mese) la dea Venere Verticordia veniva celebrata con omaggi floreali. Veneralia erano chiamati i rituali che si svolgevano<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/zoom/aprile-e-le-nozze-di-venere/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2231" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2231  " title="Formelle del mese di Aprile sulla Fontana Maggiore di Perugia" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/03/aprel1-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /><p class="wp-caption-text">I rilievi riecheggiano modelli classici e arcaiche tradizioni del calendario religioso di Roma antica</p></div>
<p>Tra il mese primaverile, l&#8217;istituto del matrimonio e il culto della dea dell&#8217;amore, esisterebbe uno stretto collegamento le cui radici affonderebbero nel calendario arcaico di Roma antica.<br />
Sappiamo che alle calende di Aprile ( il primo giorno del mese) la dea Venere Verticordia veniva celebrata con omaggi floreali.<em> Veneralia</em> erano chiamati i rituali che si svolgevano in suo onore. Ce ne parla il poeta Ovidio che così descrive Venere nei Fasti: “…<em>diede la loro origine agli alberi e ai seminati, riunì insieme gli animi rozzi degli uomini e insegnò loro ad unirsi, ciascuno con la sua congeniale compagna</em>” (cfr. Fasti, IV, 96-98). Rivolgendosi indistintamente a tutte le donne  &#8211; vergini, spose e meretrici -  Ovidio le esorta ad onorare Venere, il cui epiteto <em>Verticordia</em> deriva da <em>verso corde</em> &#8211; letteralmente volgimento del cuore &#8211; poiché è grazie all&#8217;intervento della dea che i cuori delle donne romane si volgono verso il matrimonio.<br />
“<em>Madri e nuore latine, e anche voi che non portate benda né lunga veste, venerate ugualmente la dea&#8230; la dea è tutta da detergere&#8230; offritele rose novelle e altri fiori. Ella vuole che anche voi vi laviate sotto un verde mirto</em>&#8230;” (Fasti, IV, 133-139).<br />
Questa esortazione di Ovidio testimonia l&#8217;usanza del bagno rituale,  che si teneva durante la festa del primo Aprile con lavacri del simulacro della dea, e quella del bagno collettivo, cui potevano prendere parte le donne all&#8217;ombra di un mirto, pianta sacra alla divinità dell&#8217;amore. Dopo aver offerto a Venere omaggi floreali, le devote bevevano il <em>cocetum</em>, bevanda a base di latte, papavero pestato e miele raccolto dai favi,  che per le sue caratteristiche oppiacee le trasportava nel sonno e nell’oblio.<br />
Sempre nell’antico calendario di Romolo Aprile veniva salutato con altre feste, quasi tutte legate al risveglio della natura e alla sessualità femminile.<br />
Tali erano i <em>Megalenses</em> (ludi in onore della dea Cibele, venerata con l&#8217;epiteto di <em>Magna Mater</em>, corrispondente al greco <em>Megale Meter</em> da cui appunto <em>Megalenses</em>) che si svolgevano dal 4 al 10 aprile. E tali erano i ludi in onore di Cerere, che si tenevano per otto giorni consecutivi, dal 12 al 19 aprile e si chiamavano <em>Ceriales.</em><br />
Persino il 21 aprile, tradizionale ricorrenza della fondazione di Roma, coincideva con la festa dei <em>Parilia, </em>che segnava l’inizio dell’anno pastorizio e vedeva i pastori compiere riti lustrali in onore di Pales, la dea che presiedeva alla loro attività.<br />
A Venere Ericina era invece dedicato il 23 di aprile, giorno in cui i Romani festeggiavano con libagioni di vino i cosiddetti <em>Vinalia</em>. Era questa una festa dell&#8217;amore dall&#8217;effetto liberatorio, vietata alle matrone di Roma, ma aperta alle meretrici. Varrone riferisce come in questo giorno le <em>professe </em>(ovvero le prostitute, che Ovidio usava chiamare anche <em>vulgares puellae</em>) offrissero a Venere, protettrice dei giardini, composizioni di rose, giunchi, sisimbro ed incenso.</p>
<div id="attachment_2232" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><img class="size-medium wp-image-2232  " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="particolare della formella di Aprile, Fontana Maggiore, Perugia" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/03/uxor_aprile-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /><p class="wp-caption-text">Il primo di aprile, nell&#39;antica Roma, le matrone offrivano omaggi floreali a Venere Verticordia </p></div>
<p>Sempre legati alla fertilità e alla sfera della sessualità femminile erano i <em>Florales</em>, festività che avevano luogo a partire dal 28 di Aprile. Vediamo cosa scriveva Ovidio a proposito di Flora, la dea titolare di questi stravaganti ludi che sembrano quasi una parodia di quelli circensi: &#8220;<em>Viene la dea dei fiori cinta di variopinte corone, e in teatro s&#8217;usano allora scherzi assai licenziosi. La sacra festa di Flora si estende sino alle Calende di maggio</em>&#8221; (IV, 945-947).<br />
I Florales avevano in effetti molto aspetti in comune con gli spettacoli circensi.  Solo che al posto degli atleti impegnati a lottare contro le belve, c&#8217;erano delle prostitute che dovevano combattere contro capre e lepri (animali forse scelti a simboleggiare il vizio e la lascivia). Ciò non stupisce più di tanto se si pensa che la professione di meretrice nell&#8217;antica Roma non solo era tollerata e regolamentata, ma era anche sorvegliata dagli Edili, quegli stessi magistrati che si occupavano dello svolgimento dei ludi.</p>
<p>Un accenno va fatto infine alla festa del 15 Aprile, i <em>Fordicidia</em>, che consistevano in un sacrificio di tipo propiziatorio con vacche gravide destinate alla &#8220;gravida&#8221; dea Tellus. La vacca in questo caso simboleggiava la terra feconda e il rituale serviva ad assicurare un ciclo agrario e pastorale fortunato e produttivo.</p>
<p>Guardando nel complesso alle varie festività di Aprile, ci accorgiamo che nel calendario di Roma antica quasi due terzi del mese erano occupati da ludi e rituali in onore di divinità femminili, tutte in qualche modo legate al risveglio della natura.  Feste in funzione agropastorale, come quelle di Cerere, di Pales e di Tellus, culti celebrati in funzione procreativa e quindi socialmente produttiva, come la festa  di Venere Verticordia, cui partecipavano le  matrone. E infine ludi celebrati in funzione puramente istintiva e sessuale, come quelli dei Vinalia e dei Floralia, che chiudevano licenziosamente il sensuale mese di Aprile.</p>
<p>Aprile come mese che saluta la rinascita primaverile, dunque. Ma anche Aprile che vuol sottolineare l&#8217;importanza dell&#8217;unione matrimoniale in funzione sociale, come appare evidente nel monumento medievale della Fontana Maggiore di Perugia, laddove le formelle di Aprile del ciclo dei mesi  di Giovanni e Nicola Pisano, mostrano una moglie   e un  marito simili per aspetto e portamento a figure classiche ereditate dal mondo romano. I due protagonisti del mese, scolpiti a rilievo alla fine del XIII secolo, sembrano quasi rievocare, con i loro attributi e con il loro portamento, alcune delle tradizioni precristiane celebrate   nell&#8217;Urbe nel mese di Aprile: lui indossa una tunica e un mantello, ha una ghirlanda tra i capelli e  tiene in mano un lungo ramo fiorito. Lei ha una corona sul capo e il  portamento elegante, mentre sorregge un cesto floreale nella mano  destra, e un mazzo di fiori dal gambo ricurvo con la sinistra.<br />
I due personaggi potrebbero anche rappresentare due sposi novelli. <em>Uxor</em> è infatti scritto  sopra la scena che vede protagonista la dama di Aprile. Si tratta dunque  di una donna sposata, come peraltro uxores sono anche le altre  figure femminili  del ciclo dei mesi della fontana perugina. L’atteggiamento nobile e  composto della giovane coppia di Aprile  sembra quasi suggerire che i  due personaggi stiano partecipando ad  una cerimonia. A mio avviso non si può escludere che la scena rappresenti proprio la loro cerimonia nuziale.</p>
<p><strong>Antonella Bazzoli </strong>- 1 aprile 2009 (aggiornato il 14 aprile 2012)</p>
<p>Letture di riferimento:</p>
<p>&#8220;<em>La religione di Roma antica. Dal calendario festivo all&#8217;ordine cosmico</em>&#8221; Dario Sabbatucci,  Ed. Seam, 1999</p>
<p>&#8220;<em>I Fast</em>i&#8221; Publio Ovidio Nasone, BUR, 2006</p>
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		<title>Giorgio, il cavaliere che uccise il drago</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 08:48:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di Evus]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratto]]></category>
		<category><![CDATA[la Croce e la Spada]]></category>
		<category><![CDATA[zoologia fantastica]]></category>

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		<description><![CDATA[La leggenda di san Giorgio, il santo cavaliere che salvò la principessa dal terribile drago che la minacciava, diede  vita ad un soggetto iconografico molto diffuso nell&#8217;arte figurativa nel corso del medioevo e del rinascimento.
La scena dell&#8217;eroe sauroctono che trafigge il mitico mostro, rappresenta per il credo cattolico il trionfo di Cristo sul male,<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/ritratto/giorgio-il-cavaliere-che-uccise-il-drago/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2276" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2276" title="affresco nella chiesa di Pieve Torina" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/04/san-giorgio-e-principessa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Pieve Torina, affresco con San Giorgio che colpisce il drago e salva la principessa</p></div>
<div id="attachment_2277" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2277 " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="opera conservata in un museo della via Francigena" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/04/san-giorgio-e-principessa-museo-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Borgo San Donnino, affresco con San Giorgio a cavallo, la principessa e il drago</p></div>
<p>La leggenda di san Giorgio, il santo cavaliere che salvò la principessa dal terribile drago che la minacciava, diede  vita ad un soggetto iconografico molto diffuso nell&#8217;arte figurativa nel corso del medioevo e del rinascimento.<br />
La scena dell&#8217;eroe sauroctono che trafigge il mitico mostro, rappresenta per il credo cattolico il trionfo di Cristo sul male, la  vittoria sul &#8220;serpente antico&#8221;.<br />
Il  soggetto tuttavia non si sviluppa con il diffondersi del cristianesimo, ma sembra piuttosto assimilare e far propri miti e archetipi molto più antichi, come quello egizio  che vedeva il dio Horus a cavallo, nell’atto di uccidere Seth, rappresentato in questo caso sotto forma di coccodrillo.<br />
La leggenda di san Giorgio si ricollega anche a miti e leggende di origine greca, come quello in cui Teseo uccide il Minotauro, o quello in cui Ercole sconfigge l&#8217;Idra  nella seconda delle sue fatiche.<br />
Il racconto della principessa salvata dal santo cavaliere attecchisce invece nell&#8217;immaginario collettivo medievale piuttosto tardi, grazie alla diffusione della “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine (1228-1298).<br />
La fantasiosa vicenda è ambientata in  Libia, presso un grande lago dove un terribile drago usava terrorizzare il villaggio. I cittadini, per placare la sete di sangue del mostro e per impedire che continuasse ad ammorbare l’aria con  il suo alito pestilente, cominciarono ad offrirgli dapprima due pecore al giorno, per poi vedersi costretti, loro malgrado, ad estrarre a sorte i propri figli per offrirglieli in pasto.<br />
Finché un giorno venne prescelta  la figlia del re.  Ma proprio mentre la principessa stava per essere  sacrificata, passò un coraggioso cavaliere  di nome Giorgio, originario della Cappadocia e soldato romano, che chiese alla giovane cosa stesse facendo in lacrime, sotto gli occhi del  popolo che la osservava da lontano. La principessa, ormai rassegnata al proprio destino, gli disse di andarsene in fretta se non voleva morire anche lui. Ma nel frattempo il drago stava emergendo dalle acque dal lago. Giorgio allora si gettò coraggiosamente sul mostro con la propria lancia,  ferendolo gravemente.  L’eroe disse poi alla giovane di avvolgere il collo del  drago con la propria cintura. E così i due si diressero verso il villaggio con il mostro al guinzaglio, che seguì la  principessa come un docile cagnolino. Una volta giunti dinanzi alla folla Giorgio disse: “Non abbiate paura. Abbracciate la fede di Cristo, ed io ucciderò il mostro”. E così fece, pretendendo però in  cambio del suo gesto  eroico che tutti, compreso il re, si convertissero  alla fede cristiana e ricevessero il battesimo.</p>
<p>E&#8217; questa solo una delle tante varianti della leggenda di san Giorgio, la principessa e il drago. Secondo un&#8217;altra versione dal  sangue del drago ferito sarebbe nata una rosa rossa e san Giorgio l&#8217;avrebbe   raccolta per offrirla alla principessa. Per questo in alcuni paesi  europei in occasione della festa di san Giorgio del 23 aprile gli uomini usano  regalare alle donne una rosa. E da quando l’Unesco ha  scelto questa data per celebrare la festa mondiale del libro, ogni donna  che riceva in dono il simbolico fiore, ricambierà a sua volta regalando un libro al cortese cavaliere.</p>
<p>Antonella Bazzoli &#8211; 19 aprile 2011</p>
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		<title>Anna. Un culto tutto al femminile.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 11:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asherah]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratto]]></category>
		<category><![CDATA[donna nel medioevo]]></category>

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		<description><![CDATA[La devozione per la figura di sant’Anna si sviluppò in Oriente solo intorno al VI secolo. Il culto per la mamma della Vergine si diffuse poi, attraverso l&#8217;occidente cristiano, divenendo molto popolare soprattutto tra le donne, indipendentemente dall&#8217; età e dall&#8217;estrazione sociale.
Nel corso del medioevo Anna divenne così la patrona delle partorienti e cominciò ad<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/ritratto/anna-un-culto-tutto-al-femminile/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1877" class="wp-caption alignleft" style="width: 218px"><img class="size-medium wp-image-1877  " title="Sant'Anna dà alla luce Maria" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/01/IMG_2954-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" /><p class="wp-caption-text">Subito dopo la nascita di Maria, Anna riceve la tradizionale colazione della puerpera. Opera pittorica tardo medievale esposta nel museo di Barcellona</p></div>
<p>La devozione per la figura di sant’Anna si sviluppò in Oriente solo intorno al VI secolo. Il culto per la mamma della Vergine si diffuse poi, attraverso l&#8217;occidente cristiano, divenendo molto popolare soprattutto tra le donne, indipendentemente dall&#8217; età e dall&#8217;estrazione sociale.<br />
Nel corso del medioevo Anna divenne così la patrona delle partorienti e cominciò ad essere invocata non solo dalle donne sterili, che alla santa chiedevano la grazia di concepire, ma anche da quelle fertili, che si rivolgevano a lei nel difficile momento del parto e durante la fase dell&#8217;allattamento.<br />
La rilevanza della figura di sant&#8217;Anna e la diffusione del suo culto, si spiegano facilmente se si pensa all&#8217;alto tasso di mortalità che un tempo si registrava tra le partorienti e all&#8217;importanza che il latte materno rivestiva per la sopravvivenza dei neonati. Della vita di sant&#8217; Anna, madre di Maria e nonna di Gesù, non fanno menzione i vangeli canonici, ma solo alcuni apocrifi come il Protovangelo di Giacomo e l’Evangelo della Natività.<br />
Entrambi i testi descrivono dettagliatamente la sofferenza di Gioacchino e il lamento di sua moglie Anna per il loro status di coppia sterile. Anna si dispera e geme nel notare un nido di passeri sopra un albero di alloro: tutta la natura sembra pronta a generare tranne lei. &#8220;E subito Anna intonò un lamento dicendo fra sé:&#8230;Ohimé a chi mai sono stata fatta simile? Non sono stata fatta simile agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono prolifici dinanzi a te o Signore!&#8221; (Protovangelo di Giacomo, III, 1-2)<br />
Il dolore di Anna si comprende solo tenendo conto del fatto che nella cultura giudaico-cristiana la sterilità era concepita come una maledizione divina, mentre il generare un figlio era considerato una grazia del Signore. Lo stesso nome Hannah deriva dall’ebraico &#8220;hanan&#8221;, che significa “concedere la grazia”. Fu un angelo ad annunciare ai futuri nonni di Gesù, il concepimento miracoloso voluto dal Signore. Appresa la notizia dall&#8217;angelo di Dio, Gioacchino scese con le greggi dalla montagna, dove si era rifugiato abbandonando Anna a causa della sua presunta sterilità.<br />
Nel vederlo sopraggiungere presso la porta cittadina, Anna lo accolse con un entusiasmo tutto femminile: &#8220;Gli corse incontro e gli si appese al collo, dicendo: &#8211; Ora so che il Signore Iddio mi ha grandemente benedetta. Ecco infatti che la vedova non è più vedova. Ecco che io, la sterile, ho concepito nel mio ventre&#8221; (Protovangelo di Giacomo, IV, 4)<br />
Dopo soli sette mesi di gravidanza &#8220;Anna partorì e disse alla levatrice: &#8211; Che ho partorito? E la levatrice le rispose: &#8211; Una femmina” (Protovangelo di Giacomo, V,2). Gioacchino non risulta presente alla nascita, evento strettamente femminile, né sembra aver preso parte alla scelta del nome. Il testo dice chiaramente che Anna diede il seno alla bambina e le impose il nome di Maria. Quando poi la piccola compì due anni, Gioacchino avrebbe voluto consacrarla a Dio, così come i due coniugi avevano promesso, ma Anna suggerì al marito di aspettare ancora un anno.<br />
Anna è la madre che non vorrebbe mai lasciare la propria figlia, ma poiché è cosciente che prima o poi sarà costretta a farlo, cerca in ogni modo di ritardare il doloroso momento dell’abbandono. &#8220;E la bambina raggiunse i due anni e Gioacchino disse: &#8211; Portiamola nel tempio del Signore per adempiere alla promessa che abbiamo fatta, affinché il Signore non mandi contro di noi la sua collera e la nostra offerta non sia respinta. E Anna disse: &#8211; Aspettiamo il terzo anno affinchè ella non cerchi più suo padre e sua madre. E Gioacchino disse: &#8211; Aspettiamo&#8221; (Protovangelo di Giacomo, VII, 1).</p>
<p>Antonella Bazzoli &#8211; 28 gennaio 2011</p>
<p>Da leggere:</p>
<p>Alfonso Di Nola, Vangeli apocrifi La Natività e l&#8217;Infanzia, U.Guanda ed. 1977</p>
<p>A.Antonelli e A. Bazzoli, Agenda Medievale 2010, Il tempo delle donne, Edimond 2009</p>
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		<title>Lotta al cataro sulla facciata del duomo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 07:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scoperte di Evus]]></category>
		<category><![CDATA[Zoom]]></category>
		<category><![CDATA[la Croce e la Spada]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[eretici]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Maitani]]></category>
		<category><![CDATA[Orvieto]]></category>
		<category><![CDATA[simboli medievali]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici&#8221;. Con queste parole il profeta Isaia predisse la venuta di Gesù sulla terra.
Una profezia che a distanza di secoli avrebbe ispirato l&#8217;arte medievale e che, insieme alle parole degli evangelisti Luca e Matteo, avrebbe contribuito a creare il tema iconografico dell&#8217;albero genealogico<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/zoom/lotta-al-cataro-sulla-facciata-del-duomo/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1442" title="il duomo di Orvieto" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_6764-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />&#8220;Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici&#8221;. Con queste parole il profeta Isaia predisse la venuta di Gesù sulla terra.<br />
Una profezia che a distanza di secoli avrebbe ispirato l&#8217;arte medievale e che, insieme alle parole degli evangelisti Luca e Matteo, avrebbe contribuito a creare il tema iconografico dell&#8217;albero genealogico di Gesù.<br />
Sulla grandiosa facciata policroma del duomo di Orvieto, tra colorati mosaici, sculture bronzee e marmorei rilievi, troviamo rappresentata la figura di Jesse, semidisteso alla base di  un&#8217;intricata struttura arborea. La  scena, che simboleggia la genealogia di Gesù, è raffigurata ad altezza d&#8217;uomo in corrispondenza del secondo pilastro. Jesse giace con il braccio ripiegato sotto la testa e sembra dormire, o forse sognare.<br />
I singoli rilievi, scolpiti dalla bottega di Lorenzo Maitani, sono divisi in numerosi scomparti dai girali di una rigogliosa pianta d&#8217;acanto. Vi sono rappresentati i profeti e gli antenati di Cristo, tra cui i re d’Israele e i dodici figli di Giacobbe da cui ebbero origine le rispettive tribù israelite.</p>
<div id="attachment_1443" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1443  " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="particolare dei rilievi del secondo pilastro" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_6802-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">il profeta Ezechiele predisse la resurrezione individuale della carne</p></div>
<p>Non tutte le figure degli antenati di Gesù sono state però identificate con certezza.  Neanche il confronto con le fonti evangeliche sembra infatti aiutare nel riconoscimento dei singoli personaggi. D&#8217;altra parte neppure Luca e Matteo concordano sui nomi degli antenati di Gesù. Mentre infatti Luca fa risalire la genealogia del Cristo oltre Abramo, addirittura fino ad Adamo, Matteo si limita alla discendenza israelitica di Gesù fermandosi ad Abramo e a Davide (Lc 3, 23 – 38; Mt 1, 1-17).<br />
Osservando questi enigmatici rilievi realizzati all&#8217;inizio del XIV secolo, ci si chiede cosa possano aver significato per l’uomo medievale che li osservava.<br />
E soprattutto viene da domandarsi quale sia il legame tra questo insolito soggetto iconografico, commissionato al Maitani dalla chiesa orvietana, e le altre scene a rilievo scolpite sui rimanenti pilastri della facciata.<br />
Sono infatti quattro i pilastri attribuiti alla bottega del Maitani: sul primo riconosciamo i momenti salienti della Creazione, sul terzo gli episodi della vita di Gesù e sul quarto ed ultimo pilastro le impressionanti  scene del Giudizio Universale.</p>
<div id="attachment_1336" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1336 " title="rilievi di Lorenzo Maitani al quarto pilastro del duomo di Orvieto" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_6839-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">scena del Giudizio Universale: dannati all&#39;inferno</p></div>
<p>Sembra quasi un racconto in quattro puntate dal quale emerge lo stretto legame tra vecchio e nuovo testamento e attraverso il quale si vuole dimostrare la discendenza di Gesù da Dio Padre, attraverso una genealogia che risale al primo uomo, Adamo, non a caso protagonista del primo pilastro.<br />
E&#8217; stato giustamente sottolineato che la genealogia del figlio di Dio servì a dimostrare ai fedeli la duplice natura di Cristo, una natura al tempo stesso umana e divina.</p>
<p>Questo dogma della religione cattolica si scontrò spesso in passato con il pensiero cataro che riconosceva invece soltanto la natura divina del figlio di Dio.  La discesa sulla terra del Salvatore aveva infatti per i Catari un significato salvifico solo in termini di rivelazione della verità e di trionfo della luce sulle tenebre. La passione e la morte di Cristo, così come la sua natura umana, erano per i Catari pura apparenza.  Sia Cristo che Maria sua madre, venivano ritenute creature angeliche, spiriti solo apparentemente imprigionati in un corpo fatto di carne.<br />
E proprio per contrastare questa pericolosa eresia, la chiesa di Orvieto avrebbe utilizzato il tema della radice di Jesse come prova inconfutabile della natura umana di Cristo. L&#8217;albero genealogico, inserito nel programma iconografico della facciata, servì dunque a contrastare l&#8217;eresia catara di chi credeva soltanto nella natura divina del figlio di Dio.<br />
A conferma di questa teoria vi è una forte presenza eretica, attestata per tutto il medioevo sulla rupe orvietana. Sappiamo che nel XIII secolo l’eresia catara e quella patarina erano molto diffuse a Firenze, Orvieto, Spoleto, Perugia e Viterbo, solo per parlare di alcuni luoghi strategici del centro Italia.</p>
<div id="attachment_1338" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-1338 " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="rilievi del secondo pilastro del duomo di Orvieto" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_6786-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text">i rilievi rappresentano l&#39;albero genealogico di Gesù</p></div>
<p>Organizzati in vescovati, come quelli di Firenze e della Valle Spoletana, i Catari tentarono invano di sopravvivere alla “caccia all’eretico” portata avanti dalla chiesa ortodossa. Caccia che sfociò nella tragica crociata albigese, indetta da papa Innocenzo III in Occitania, per estirpare il fenomeno eretico alla radice con metodi cruenti e spietati.<br />
La raffigurazione dell’albero genealogico ad opera della bottega del Maitani venne eseguita all’inizio del XIV secolo, ovvero a un secolo di distanza del tragico massacro di Béziers che provocò migliaia di morti tra la popolazione.<br />
Segno forse che l’eresia non era stata ancora del tutto debellata, oppure segno che il popolo di Orvieto aveva bisogno di essere riportato sulla retta via, di essere in altre parole rieducato all’ortodossia cattolica.<br />
La nuova forma di &#8220;lotta al cataro&#8221; fu dunque realizzata attraverso un programma iconografico dal carattere fortemente didattico e formativo, quale è appunto quello della facciata del duomo: una propaganda mediatica che preferì utilizzare l&#8217;arte figurativa piuttosto che i metodi inquisitori.<br />
Strategia senza dubbio più raffinata, e soprattutto più efficace, di qualsiasi altra attività di tipo inquisitorio, quali la tortura o le crociate che fino ad allora non avevano dato grandi esiti in fatto di lotta all&#8217;eresia.<br />
Infine, analizzando le singole figure inserite tra i girali d&#8217;acanto dell&#8217;albero genealogico di Gesù, colpisce la presenza (sempre al secondo pilastro appena al di sopra della figura del Jesse dormiente) del poeta Virgilio e della Sibilla di Cuma: due personaggi solo apparentemente estranei alla vicenda genealogica di Cristo.</p>
<div id="attachment_1444" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1444 " title="Virgilio e la Sibilla di Cuma tra i rilievi della bottega del Maitani" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_6793-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Anche Virgilio e la Sibilla cumana tra i profeti che predissero la venuta di Gesù</p></div>
<p>Il mistero di questa presenza pagana si svela infatti nell&#8217;Egloga IV delle Bucoliche virgiliane: “E&#8217; giunta ormai l&#8217;ultima età dell&#8217;oracolo cumano e ricomincia il gran ciclo dei secoli. Torna la Vergine, tornano i regni di Saturno, e una nuova progenie scende dall&#8217;alto del cielo. E il bambino che nascerà, con cui avrà fine per la prima volta la stirpe del ferro, e quella dell&#8217;oro sorgerà nel mondo intero, tu casta Lucina proteggilo&#8230;” (Bucoliche, IV, 4,10).<br />
Il carme fa riferimento all&#8217;imminente avvento di un <em>puer</em> che avrebbe portato al mondo intero rinascita, salvezza e felicità. Virgilio si ispirò verosimilmente ai libri sibillini, e in particolare al contenuto di uno di essi che a lui doveva essere noto, in cui l&#8217;oracolo cumano preannunciava il ritorno dell&#8217;età dell&#8217;oro, quell&#8217;era mitologica e lontana nella quale si credeva che Saturno avesse regnato ancor prima della venuta di Giove.<br />
Prima Lattanzio, poi sant&#8217; Agostino, ripresero il testo di Virgilio sulla profetica nascita di un Salvatore, trasformando il poeta mantovano in una sorta di inconsapevole veggente cristiano.<br />
A tal proposito vale la pena ricordare che nel XXII canto del Purgatorio, anche Dante immagina un incontro fra Virgilio e il poeta Stazio, dove quest&#8217;ultimo riconosce in Virgilio colui che gli avrebbe mostrato la strada della vera fede, con queste parole: “Per te poeta fui, per te cristiano”.<br />
Si scopre così che le Sibille precristiane, così spesso raffigurate in opere d&#8217;arte rinascimentali accanto ai profeti del Vecchio Testamento, furono un soggetto iconografico già noto e duffuso nell&#8217;arte e nell&#8217;immaginario del periodo medievale.<br />
Un soggetto ereditato da fonti classiche, in seguito ripreso e sviluppato da fonti tardoantiche (come il &#8220;Divinae Institutiones&#8221; di Lattanzio) e da fonti altomedievali (come il &#8220;De civitate Dei contra paganos&#8221; di Agostino d&#8217;Ippona).<br />
E infine, sempre alla luce dell&#8217;opera virgiliana, si spiega forse anche la presenza dell&#8217;acanto, pianta prescelta a rappresentare l&#8217;albero genealogico di Orvieto, i cui girali separano le singole figure nella complessa struttura arborea: &#8220;Ma per te fanciullo i primi piccoli doni darà la terra senza essere coltivata: l&#8217;edera serpeggiante e l&#8217;elicriso e colocasia tra ridente acanto&#8221; (Bucoliche, IV, 21, 23).</p>
<p><strong>Antonella Bazzoli</strong> &#8211; 20 settembre 2010</p>
<p><em>Per approfondimenti:</em></p>
<p>&#8220;La cena segreta. Trattati e rituali catari&#8221; a cura di Francesco Zambon, 1997, Adelphi</p>
<p>&#8220;L&#8217;albero di Jesse nel medioevo italiano. Un problema di iconografia&#8221;, Jacopo Manna, 2001  -  www.nuovorinascimento.org</p>
<p>&#8220;Orvieto. L&#8217;albero contro l&#8217;eresia&#8221;, di A. Bazzoli, Fuaié, N. 35, Novembre 2007</p>
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		<title>I Ceri di Ikuvium</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 06:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambra Antonelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apocalypsis]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[culti precristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Gubbio]]></category>
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		<category><![CDATA[tradizioni folkloriche]]></category>
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		<description><![CDATA[La Corsa dei Ceri di Gubbio si lega alla figura del santo vescovo Ubaldo Baldassini che nel 1151 riuscì a difendere il suo comune dall&#8217;assedio organizzato di undici città riunite in una lega antieugubina.
Si narra che dopo aver fatto tre volte il giro della città di Gubbio, recitando salmi ed orazioni con la folla dei<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/reportage/ikuvium-santubaldo-e-la-corsa-dei-ceri/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/02/zoom_3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2470" title="I Ceri in piazza della Signoria" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/05/286003_216477001736336_100001221134358_687854_6840718_o-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La Corsa dei Ceri di Gubbio si lega alla figura del santo vescovo Ubaldo Baldassini che nel 1151 riuscì a difendere il suo comune dall&#8217;assedio organizzato di undici città riunite in una lega antieugubina.<br />
Si narra che dopo aver fatto tre volte il giro della città di Gubbio, recitando salmi ed orazioni con la folla dei fedeli, il santo vescovo sia salito sulla cima del monte e da lì abbia disperso i nemici solo con la forza delle preghiere. Secondo alcuni soltanto dopo la sua morte, avvenuta tra il 15 e il 16 maggio del 1160, la tradizionale festa dei Ceri avrebbe cominciato a svolgersi in suo onore. Ma in realtà sappiamo che l&#8217;origine di questo famosissimo appuntamento folklorico e religioso, che ogni anno attrae a Gubbio migliaia di turisti e di curiosi, è molto più antica del 1160 e risalirebbe addirittura all&#8217; età precristiana.<br />
Tra i tanti contributi scientifici sulle origini della Festa dei Ceri di Gubbio ci sembra interessante riferire il più recente, frutto delle ricerche di Simone Sisani. Secondo l&#8217;archeologo umbro, l&#8217;analisi delle celebrazioni e del percorso dei Ceri contrasterebbero con l&#8217;origine cristiana del rituale, a cominciare dal percorso seguito dai Ceri che non sembra condizionato dalla presenza di edifici religiosi, escludendo sia l&#8217;antica cattedrale (che si trovava nella piazza in cui sorge la chiesa di San Giovanni) sia l&#8217; attuale duomo (costruito nel XII secolo).<br />
Inoltre, la conclusione della corsa sulla cima del monte Ingino sembra essere la migliore conferma  dell&#8217;origine precristiana della festa, visto l&#8217;alto valore sacrale che quest&#8217;area già rivestiva dal periodo protostorico all&#8217;epoca romana.<br />
La sommità del colle divenne infatti l&#8217;acropoli cittadina, con una funzione simbolica rispetto ai valori civici e religiosi, già intorno al V secolo a.C. Verosimilmente anche le celebrazioni descritte nelle Tavole Iguvine in lingua umbra, si svolgevano nell&#8217;antica Ikuvium e venivano portate a compimento proprio sulla sommità dell&#8217;acropoli.</p>
<p>Dunque è possibile che il culto di Sant&#8217; Ubaldo, a cui si connette la corsa dei Ceri, abbia in realtà assorbito e definitivamente cristianizzato, una cerimonia ben più antica, che si era soliti terminare in altura, sul luogo dell&#8217;acropoli cittadina.<br />
L&#8217;attuale percorso urbano dei Ceri, inoltre, mostra una significativa connessione con il perimetro della cerchia muraria umbra della prima metà del II secolo a.C.</p>
<div id="attachment_2471" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2471 " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="foto di Nelea Danu" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/05/289299_216478131736223_100001221134358_687856_7160498_o-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Gubbio, Corsa dei Ceri. In piazza della Signoria svettano contro il cielo le macchine lignee sormontate dalle statue dei santi patroni di Gubbio.</p></div>
<p>La partenza infatti avviene nei pressi dell&#8217;arco di San Marziale, mentre le due soste hanno luogo, rispettivamente, presso la porta del Ponte Marmoreo la prima, e poco oltre la porta di San Giuliano la seconda.<br />
La corsa, letta in questo modo, trova un parallelo etremamente calzante, a livello di percorso, in un rituale di purificazione descritto nelle Tavole Iguvine, definito cerimonia &#8220;piaculare&#8221;.<br />
La prima parte del percorso urbano si svolgeva intorno alle mura ed era scandito da sacrifici  realizzati all&#8217;interno e all&#8217;esterno delle tre antiche porte, la Trebulana, la Tesenaca e la Veia. Seguivano poi due sacrifici da realizzarsi fuori della città, rispettivamente sulla cima dei due monti, Ingino ed Ansciano. Qui infatti dovevano trovarsi i due santuari, centri politici e sacrali di riferimento per il nucleo abitato di Gubbio.<br />
Il momento dell&#8217;anno in cui si tenevano questi antichi riti è indicato dalla formula &#8220;<em>ponne oui furfant</em>&#8220;, ovvero &#8220;<em>quando tosano le pecore</em>&#8220;. Sappiamo da Varrone che la tosatura avveniva tra l&#8217;equinozio di primavera ed il solstizio d&#8217;estate, cioè tra la terza settimana di marzo e la terza di giugno. La data del 15 maggio corrisponde quindi perfettamente a questa indicazione temporale.<br />
Tuttavia, nella cerimonia &#8220;piaculare&#8221; descritta dalle Tavole Iguvine non è menzionato l&#8217;apparato caratteristico della festa costituito dale tre macchine lignee, anche se il numero tre gioca un ruolo fondamentale sia nella festa attuale che nell&#8217;antico percorso, scandito dai sacrifici in corrispondenza delle porte cittadine.<br />
Per comprendere ed interpretare il significato dei tre Ceri lignei, trasportati in una folle corsa fino alla cimea del monte, prossimamente prenderemo in esame altri confronti. Come quello di una festa che ancora oggi si tiene a Thann, in Alsazia. E quello, molto più remoto, di una festività romana, nota come cerimonia degli Argei, che si teneva proprio il 15 di maggio.</p>
<div><strong>Ambra Antonelli</strong> &#8211; maggio 2009</div>
<div>(foto di <strong>Nelea Danu</strong> &#8211; 11 agosto 2011)</div>
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		<title>Ver sacrum sul sarcofago etrusco</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 08:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Itinerari di Evus]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Scoperte di Evus]]></category>
		<category><![CDATA[Chiusi]]></category>
		<category><![CDATA[Etruschi]]></category>
		<category><![CDATA[necropoli]]></category>
		<category><![CDATA[Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[popoli italici]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi vi voglio accompagnare nel museo archeologico di Perugia per ammirare insieme a voi uno dei pezzi più affascinanti della collezione etrusca perugina: il Sarcofago dello Sperandio, un cassone in pietra fetida (tipica pietra calcarea dell&#8217;area chiusina) che risale all&#8217;età arcaica e che prende il nome dalla necropoli in cui fu ritrovato nel 1843. <span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/reportage/quando-gli-etruschi-migravano-verso-nuove-terre/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2136" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2136" title="Sarcofago dello Sperandio" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/03/DSCN5466-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" /><p class="wp-caption-text">un corteo di uomini e animali procede da sinistra verso destra</p></div>
<p>Oggi vi voglio accompagnare nel museo archeologico di Perugia per ammirare insieme a voi uno dei pezzi più affascinanti della collezione etrusca perugina: il <strong>Sarcofago dello Sperandio</strong>, un cassone in pietra fetida (tipica pietra calcarea dell&#8217;area chiusina) che risale all&#8217;età arcaica e che prende il nome dalla necropoli in cui fu ritrovato nel 1843<strong>.</strong> <span style="font-family: Garamond;"><strong> </strong></span><br />
Il corredo funerario rinvenuto accanto alle spoglie del defunto comprendeva armi in ferro, e ciò ha permesso di stabilire che l&#8217;inumato era un guerriero etrusco di elevato rango sociale. Tra il VI e il V secolo a.C., infatti,  l’attività bellica caratterizzava economicamente e  socialmente molte città etrusche tra cui Chiusi e Perugia. E&#8217; dunque probabile che l&#8217; inumato dello Sperandio sia appartenuto a quella classe di guerrieri che si erano arricchiti nell&#8217;Etruria interna con l&#8217;arte della guerra.<br />
Quanto al sarcofago, gli archeologi ritengono che sia stato commissionato e  realizzato in una fabbrica chiusina, per essere poi trasportato solo  successivamente a Perugia. Ciò consente di ipotizzare che il committente, originario di Chiusi, si sia trasferito in seguito a Perugia, portando con sè anche quello che sarebbe diventato il suo sarcofago. Trasportare un manufatto così pesante, ovviamente non  someggiabile,  deve essere stata un&#8217;impresa tutt&#8217;altro che facile, anche perchè l&#8217;antico tracciato che andava da Chiusi a Perugia era attraversato da fiumi e torrenti che un carro non era certo in grado di superare senza l&#8217;uso di ponti o appositi traghetti. Questa considerazione ci fa capire come all&#8217;epoca in cui visse il nostro guerriero, gli  spostamenti tra le due città dell&#8217;Etruria interna dovevano essere frequenti e abituali.<br />
Ma torniamo ad osservare il sarcofago, sorretto da zampe a forma leonina. La qualità scultorea del manufatto dimostra che nel 500 a.C. gli artigiani chiusini avevano ormai  raggiunto una grande abilità artistica, come confermano le figure a rilievo, arditamente  sovrapposte su diversi piani per creare un effetto  più realistico e quasi prospettico. Il reperto è ben conservato e mantiene  ancora tracce del colore originale, specie nelle due scene  laterali in cui è rappresentato un tipico banchetto etrusco con i suoi  rituali.</p>
<div id="attachment_2153" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2153 " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="particolare del sarcofago dello Sperandio" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/03/DSCN5467-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">uomini in abiti civili e animali domestici si muovono verso nuove terre</p></div>
<p>Osservando da vicino i fianchi del cassone, notiamo infatti che i tre personaggi sono distesi su un letto triclinare (<em>kline</em> a più posti) e che il loro gomito sinistro è comodamente poggiato su un cuscino ripiegato fra il corpo ed il braccio. Con un gesto intimo ed amichevole, l&#8217;uomo al centro della scena poggia la propria mano destra sulla spalla del compagno che gli è davanti. Quest&#8217;ultimo, invece, con la destra regge una <em>kilix</em> (coppa da vino in ceramica), nel tipico atteggiamento di chi si sta intrattenendo con il gioco del <em>kottabos</em>.  Un terzo personaggio suona una lira, mentre ai piedi del letto, accanto ad un vaso e ad un cratere per il vino, un giovanissimo schiavo nudo serve il banchetto. Sembra una scena puramente conviviale, ma in realtà sappiamo che il banchetto etrusco era anche qualcosa di altamente spirituale, connesso alla religione e al culto dei morti. Potrebbe inoltre sembrar strano che i simposianti raffigurati sul sarcofago siano solo uomini, eppure è solo a partire dal 500 a.C. che le scene di banchetto rinvenute nelle tombe etrusche rappresentano figure femminili tra i partecipanti al simposio. Una cosa è certa: la scena del banchetto aveva la funzione di mostrare l&#8217;elevato status sociale del defunto.</p>
<div id="attachment_2140" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2140" title="Sarcofago dello Sperandio. Scena con banchetto etrusco" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/03/DSCN5459-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">distesi sui klinai i banchettanti vengono serviti da un giovane schiavo</p></div>
<p>Soffermiamoci ora sulla scena principale che corre sul lato lungo del sarcofago: è senza dubbio la più enigmatica e forse per questo la più interessante. Vi vediamo raffigurato un vero e proprio corteo, animato da uomini, donne e animali che procedono ordinatamente da sinistra verso destra. Alla testa del gruppo sfila un giovane con in mano un bastone: ha una fune intorno al collo, la stessa che lega anche i tre uomini barbuti che lo seguono: si tratta probabilmente di prigionieri o  di schiavi, oppure di ostaggi di rango catturati dagli etruschi per ottenere  un riscatto. A confermare il loro status di prigionieri contribuisce anche la pettinatura un po&#8217; rozza a caschetto che incornicia i loro volti come una calotta. E&#8217; evidente la differenza con il più moderno taglio di capelli che caratterizza gli altri personaggi che affollano il corteo: si tratta di uomini giovani, tutti accuramente rasati e con un elegante taglio alla greca che lascia scoperte le orecchie. Tranne una donna e un giovane al centro che tiene entrambe le braccia alzate, tutti i personaggi maschili impugnano armi come aste appuntite, lance o bastoni. Vi è anche una figura centrale che si distingue dalle altre perchè in una mano regge il <em>lituo</em> (tipica insegna sacerdotale dell&#8217;augure etrusco) e nell&#8217;altra la <em>machaira</em> (sciabola dalla forma ricurva in uso dal VI secolo a.C.). Il corteo è animato anche da molti animali domestici, tra cui cavalli da soma carichi di bagagli, un cane con il collare e poi ancora buoi, capre ed agnelli.<br />
La scena non è semplice da decifrare e diverse sono le interpretazioni  fornite dagli studiosi. L&#8217;unica cosa certa è che i rilievi scolpiti sul  cassone dovevano rappresentare molto bene la storia e l&#8217;identità  culturale del nostro personaggio etrusco che acquistò il sarcofago nella  bottega chiusina.<span style="font-family: Garamond;"> </span></p>
<div id="attachment_2138" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2138" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Sarcofago dello Sperandio. Particolare della scena del corteo" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/03/DSCN5472-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Dei prigionieri, legati al collo con una corda, sono guidati da un uomo con il bastone in mano</p></div>
<p>Secondo alcuni il corteo potrebbe rappresentare la vittoria su popoli indigeni di  origine italica da parte di un guerriero etrusco (forse lo  stesso defunto?) e del suo gruppo di appartenenza. Le donne, gli animali, e soprattutto i prigionieri  legati con una corda e costretti a portare sulle spalle gli agnelli,  potrebbero in questo caso rappresentare il ricco bottino di guerra del vincitore. Insomma qualcosa da ostentare, per mostrare ancora una volta il potere e lo status  sociale raggiunti dal defunto.<br />
Va notato però che i personaggi del corteo indossano abiti civili e che non si  vedono scudi, elmi o schinieri. Il bastone,  la machaira, le aste e le  lance, più che armi usate in battaglia sembrano strumenti dalla valenza  simbolica, quasi si sia voluta rappresentare la chiusura della   stagione bellica e la riapertura di quella civile.<br />
E poi non si intravede  alcun capo alla guida del corteo, a meno che non lo sia il personaggio al centro  della scena che regge il lituo e la machaira. Tuttavia neanche egli sembra distinguersi  gerarchicamente dagli altri. Né sembra avere l&#8217;aspetto di un  principe guerriero il ragazzo a torso nudo che guida il  gruppo con un bastone e una corda al collo. Se ci fosse un  capo, ci aspetteremmo che fosse raffigurato trionfante sopra un carro, come solo mezzo secolo prima avevano fatto i principi di San  Mariano e di Monteleone di Spoleto, i cui carri da parata sono stati  ritrovati nel loro corredo funerario.</p>
<p>Tra le varie letture interpretativee la più affascinante è a mio avviso quella che vede nel corteo la rappresentazione di un <em>ver sacrum</em>. Si tratta di una consuetudine rituale, attestata soprattutto tra i popoli italici, che consisteva nella migrazione di un gruppo sociale in caso di sovrappopolazione, o di altri eventi naturali come carestie in grado di mettere a rischio la sopravvivenza di un popolo.  Il rituale della &#8220;primavera sacra&#8221;, così chiamato perchè si svolgeva nella stagione primaverile, prevedeva il sacrificio da parte dei più giovani che lasciavano volontariamente il proprio popolo per migrare verso nuovi territori.<br />
La scena del corteo potrebbe anche rappresentare la migrazione di un gruppo gentilizio da Chiusi verso Perugia, riferibile all’età di Porsenna. Oppure potrebbe trattarsi del ricordo della migrazione etrusca verso i territori della valle Padana. A questo proposito tornano in mente le leggende di fondazione di città come Perugia, Bologna e Mantova, cui accenna anche Servio nel riferire di come Ocno, per evitare di litigare con il fratello<strong> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/news/grandangolo/porta-marzia-e-il-mito-dei-fratelli-fondatori/">Auleste</a> </strong>(mitico fondatore di Perugia), decidesse di partire per fondare  Felsina e Mantova.</p>
<p>di <strong>Antonella Bazzoli</strong> 18 marzo 2011</p>
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		<title>Una rondine non fa primavera</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 08:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Bazzoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antiquae gentes]]></category>
		<category><![CDATA[calendari]]></category>
		<category><![CDATA[marzo]]></category>
		<category><![CDATA[solstizio d'inverno]]></category>

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		<description><![CDATA[ &#8220;Spirò il 21 di marzo, quando  la prima rondine tornava al suo nido a Montecassino, nido dell&#8217;ordine  benedettino&#8221;. Questo si legge nel testo agiografico riguardante la vita di san Benedetto. Nato a  Norcia intorno al 480 e morto a Cassino verso il 547, il fondatore del primo ordine cenobitico della storia<span class="read-on"> <a href="http://www.evus.it/it/index.php/rivelazioni/antiquae-gentes/la-rondine-che-non-ce/">[...]</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-484 alignleft" title="rondine 5" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2010/05/rondine-5-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /> &#8220;Spirò il 21 di marzo, quando  la prima rondine tornava al suo nido a Montecassino, nido dell&#8217;ordine  benedettino&#8221;. Questo si legge nel testo agiografico riguardante la vita di san Benedetto. Nato a  Norcia intorno al 480 e morto a Cassino verso il 547, il fondatore del primo ordine cenobitico della storia del cristianesimo si lega in qualche modo al volo delle rondini e alla data dell&#8217;equinozio di primavera. Ciò è confermato anche dal noto proverbio che recita: “A San Benedetto, la rondine sotto il tetto&#8221;.<br />
Eppure il 21 di marzo le rondini non si vedono ancora volare nei nostri cieli e bisognerà  attendere come minimo i primi di aprile per sentire garrire le prime arrivate. Uno scarto di tempo di una decina di giorni che può essere facilmente spiegato se si considera che nel XVI secolo il calendario giuliano aveva accumulato sul corso solare ben dieci giorni di ritardo.<br />
Fu papa Gregorio XIII, nel 1582, a riformare il vecchio calendario giuliano (così chiamato perché fu Giulio Cesare ad adottarlo nel 46 a.C.). Il pontefice sapeva bene che dal 325 (data in cui il concilio di Nicea aveva fissato la data  dell&#8217;equinozio di primavera al 21 di marzo) il ritardo accumulato dal calendario  aveva  raggiunto gli undici giorni, facendo slittare  l&#8217;equinozio di primavera all&#8217;11 marzo. Ciò aveva inoltre causato il graduale slittamento della Pasqua, dal momento che l&#8217;importante festività cristiana veniva  sempre celebrata la prima domenica dopo il plenilunio che segue l&#8217;equinozio di  primavera. Se il papa npon fosse intervenuto riformando il calendario, la Pasqua sarebbe caduta sempre più lontana dal fenomeno astronomico reale dell&#8217;equinozio, finendo ben presto con l&#8217;essere celebrata non più in primavera ma in estate!<br />
Anche se il nuovo calendario fu chiamato gregoriano dal nome dal papa che lo introdusse, fu il calabrese Luigi Lilio il vero padre della riforma. Il celebre matematico, professore di medicina all&#8217;Università di Perugia, riuscì infatti a mettere a punto un sistema di compensazione in grado di  far tornare l&#8217;equinozio primaverile al 21 di marzo ed evitare che i ritardi sul corso solare potessero ripetersi nei  secoli a venire. Nella commissione di esperti che portarono all&#8217;attuazione della riforma ci furono anche due celebri astronomi: il gesuita tedesco Cristoforo Clavius e il vescovo domenicano di perugia Ignazio Danti.<img class="alignright size-medium wp-image-2065" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="rondine" src="http://www.evus.it/it/wp-content/uploads/2011/02/rondine-6-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Chi si coricò la notte di giovedì 4 ottobre 1582, si risvegliò   come per magia il mattino di venerdì 15. In una sola notte il papa era riuscito a cancellare quei dieci giorni di troppo, rimettendo  le cose a posto una volta per tutte. Tra tutti i mesi venne scelto ottobre perchè era quello con meno feste religiose. Neanche la scelta del giorno fu casuale: il 4 ottobre, infatti, non doveva venire soppresso per consentire ai francescani di celebrare la morte del loro fondatore e soprattutto per dar modo alla città di Bologna, da cui Gregorio XIII proveniva, di festeggiare il proprio santo protettore Petronio.<br />
Con la bolla papale &#8220;Inter gravissimas&#8221; si ordinava a tutti i cristiani d&#8217;Europa di adottare il nuovo calendario minacciando di scomunica quei paesi che non l&#8217;avessero fatto. Tale decisione scatenò non poche polemiche in un periodo di tensioni come quello della Controriforma. La Francia,  la Spagna, il Portogallo e altri paesi cattolici si uniformarono subito, mentre gli  stati di religione luterana, calvinista ed anglicana, si adeguarono al nuovo calendario cristiano solo nel corso del XVIII secolo. Quanto ai paesi ortodossi l&#8217;adeguamento avvenne addirittura  nel 1916 per la Grecia, e nel 1918 per i Paesi Baltici e la Russia.</p>
<p><strong><em>Antonella Bazzoli &#8211; 16 marzo 2011<br />
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