L’abbazia di Sant’Eutizio e l’arte medievale della chirurgia

giu 7th, 2019 | scritto da | inserito in Blow up, Homo faber, Itinerari di Evus
il campanile dell'abbazia di Sant'Eutizio a Preci

il campanile dell’abbazia di Sant’Eutizio, costruito dai monaci su solida roccia, ha resistito al terremoto del 26 ottobre 2016 (foto A.Bazzoli)

Siamo in Val Castoriana, nel borgo medievale di Preci, il cui nome in origine era Castrum Precum,  il castello delle preghiere… Qui,  tra le montagne dell’Appennino centrale che fanno da corona ad un paesaggio rurale di estrema bellezza, si trova la bellissima abbazia di Sant’Eutizio la cui chiesa romanica è stata purtroppo seriamente danneggiata  dal terremoto del 26 ottobre 2016.
Ancor peggio è andata alla vicina chiesa di San Salvatore a Campi che purtroppo è crollata in seguito allo stesso sisma. L’antico edificio medievale era già stato messo a dura prova dal precedente terremoto che aveva distrutto Amatrice il 24 agosto 2016, ma il terremoto di ottobre le ha dato il colpo finale.

Voglio proporre ai lettori di Evus un breve viaggio a ritroso nel tempo in questa valle che si apre non lontano da Foligno e Spoleto, sperando in tal modo di contribuire alla valorizzazione turistica e culturale di un luogo davvero magico in cui storia, natura, tradizione ed architettura si integrano perfettamente.

La storia di fondazione della  famosa abbazia di Sant’Eutizio si perde nell’alto medioevo, in quei secoli che seguirono la caduta dell’impero romano e che videro stabilirsi in questo luogo impervio ed isolato i primo monaci provenienti dalla Siria dediti alla preghiera e all’ascesi.
Dai Dialoghi di Gregorio Magno sappiamo infatti che fu un eremita cieco di nome Spes il fondatore della prima comunità benedettina in Val Castoriana (Dialoghi, IV, XI, 1-3) . Si tramanda che dopo quarant’ anni di cecità il monaco Spes avrebbe miracolosamente riacquistato la vista poco prima di morire, potendo predicare un’ultima volta nei monasteri da lui fondati in località Cample, corrispondente all’odierna Campi, a 10 km da Norcia.

questa bellissima e antichissima chiesa purtroppo non esiste più a causa del terremoto del 26 ottobre 2016 che  ha fatto crollare l' edificio già danneggiato dal precedente terremoto dello scorso agosto (foto A.Bazzoli)

La chiesa di san Salvatore a Campi purtroppo non esiste più: il terremoto del 26 ottobre 2016 ha fatto crollare l’ antico edificio, già messo a dura prova dal precedente sisma che distrusse Amatrice il 24 agosto scorso (foto A.Bazzoli)

Successore di Spes fu  l’abate Eutizio, anche lui veneratissimo dagli abitanti di Norcia, come riferisce lo stesso Gregorio Magno.
A proposito di miracoli post mortem di sant’Eutizio, si tramanda che nei periodi di siccità la tunica che l’abate aveva indossato in vita veniva portata in processione, attraverso i campi riarsi ed assetati, per provocare la pioggia e salvare i raccolti (Dialoghi, III, XV, 2. 18-19).
Nei successivi secoli del medioevo molti monaci si stabilirono nell’abbazia di Preci seguendo il motto benedettino “ora et labora”, occupandosi soprattutto dell’assistenza ai malati, come previsto dalla regola di san Benedetto che stabiliva tra i doveri principali di un monaco quello di prendersi cura degli infermi: “infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda est” .
La dedizione di questi religiosi verso i più bisognosi è testimoniata anche dalla successiva costruzione di un lebbrosario, detto di San Lazzaro al Valloncello, edificato a valle lungo il fiume Nera.

ferri chirurgici usati medievaliNel corso del tardo medioevo, mentre la Badia continuava ad ingrandirsi dotandosi di vari ambienti (tra cui un oratorio, un alloggio per ospitare poveri e pellegrini, una farmacia, una  scuola di paleografia e miniatura, uno scriptorium e persino una biblioteca ricca di preziosi codici miniati!) i monaci di Sant’Eutizio divennero un importante punto di riferimento, non solo religioso ma anche economico e sociale, per gli abitanti di Preci, Norcia, Spoleto, Foligno e persino per quelli che risiedevano a Roma.
Il  patrimonio fondiario della Badia continuò ad aumentare, fino a giungere alle rive dell’ Adriatico e  a comprendere persino le lontane città di Ascoli e di Teramo.
Oltre a disporre di una salina sul mare Adriatico, l’abbazia si dotò anche di un porto alla foce del fiume Tronto, utilizzato per commerciare lungo le rotte del Mediterraneo.
Come gran parte delle abbazie medievali, quella di Sant’Eutizio divenne così un potente centro economico, del tutto autosufficiente, specializzato in attività agricole, zootecniche e artigianali.

Ma la storia della Badia, così come la storia del vicino castello di Preci, si lega sopratutto ad un’arte molto particolare che proprio qui cominciò a svilupparsi per poi diffondersi in tutta Europa. Stiamo parlando dell’arte della chirurgia.
Furono infatti gli abitanti di Preci i primi chirurghi della storia, divenuti poi famosissimi come esperti in interventi di litotomia, in operazioni di cateratta, in salassi e in castrazioni.

purtroppo questo rosone romanico non esiste più. Non sarebbe stato distrutto se parte del cimitero sovrastante non gli fosse piombato addosso in seguito al terreno che gli è franato addosso con il terremoto del 26 ottobre 2016

Purtroppo questo rosone romanico non esiste più. Non sarebbe crollato se non gli fosse piombata addosso una parte del cimitero sovrastante durante il terremoto del 26 ottobre 2016 (foto A.Bazzoli)

Nei castelli di Preci e di Norcia questi abili chirurghi, al tempo chiamati cerusici, si tramandavano il mestiere di padre in figlio, insieme allo strumentario di famiglia che era  formato da vari ferri chirurgici, derivati dal tradizionale armamentario ippocratico-galenico.
Sappiamo che tra XIII e XVI secolo i chirurghi empirici di Preci e di Norcia già esercitavano la cosiddetta mezza chirurgia, la litotomia, l’erniotomia, l’intervento di cataratta ed il salasso.
Erano però autorizzati a svolgere la delicata attività di chirurgo solo quelli in possesso di patenti ufficiali e di appositi diplomi.

Tra gli strumenti più usati dai cerusici preciani ricordiamo il cosiddetto  ferro per infrangere la pietra, noto anche come tentacolo litotritore o frangitore, usato per estrarre i calcoli.
Nell’armamentario vi era anche un altro ferro, simile a un forcipe, che veniva chiamato alfonsino e che serviva sia a dilatare la ferita, sia a raccogliere i frammenti del calcolo estratto.
Per l’operazione di cateratta, invece, venivano utilizzati l’ onerino (strumento per divaricare le palpebre), l’ondina (usata per applicare colliri) e l’aco (necessario per la deposizione della cateratta).

Alcuni di questi antichi ferri chirurgici sono conservati nel museo civico di Preci e in alcune vetrine dell’abbazia di Sant’Eutizio.

La fama dei chirurghi preciani divenne tale che essi cominciarono ad essere ingaggiati come medici di corte dai vari regnanti d’Europa.
Durante Scacchi, ad esempio, operò di cateratta nientemeno che la regina d’Inghilterra Elisabetta Tudor!
Orazio Cattani divenne invece il medico di corte del sultano Mehemed, mentre il chirurgo Sigismondo Carocci rimase alla storia per aver operato a Vienna, nel 1468, Eleonora Gonzaga moglie di Federico III.
Sappiamo anche che nel XVIII secolo il nursino (così veniva comunemente denominato il chirurgo proveniente dalla scuola preciana) era ancora apprezzato per i suoi interventi alle vie urinarie, sia nell’ospedale romano di Santo Spirito che in quello fiorentino di Santa Maria Nuova!

C’è chi ritiene che queste figure professionali di chirurghi oftalmici, litotomi e castrini, si siano potute affermare in Europa anche grazie alle conoscenze e all’esperienza tramandata in campo anatomico e veterinario dai cosiddetti norcini, ovvero gli antichi abitanti di Norcia, da sempre famosi come allevatori di suini, divenuti esperti nella castrazione e nella mattazione dei maiali.

Un’ultima curiosità riguarda i cosiddetti cerretani, da cui deriva il termine ciarlatani.
Non mancarono fin dal medioevo falsi medici e chirurghi improvvisati, come quei medici di piazza in arte ciarlatani i quali girovagavano di paese in paese vendendo unguenti e pozioni, che spacciavano per farmaci miracolosi.
Un mestiere nuovo, molto remunerativo, che cominciò a svilupparsi proprio in questa valle dell’Appennino centrale, allorché il clero concesse ai soli abitanti di Cerreto di Spoleto (Cerretani) di bussare di porta in porta per raccogliere la questua (l’ elemosina) a favore di alcuni ospedali.
Purtroppo la pratica della questua, seppure concessa per raccogliere denaro a scopo benefico, finì ben presto per facilitare il passaggio ad un mestiere tutt’altro che lodevole: quello del venditore di miracoli che, per ovvi motivi di lucro, tanti illustri ciarlatani cominciarono a praticare, girovagando in cerca di fortuna per l’Italia e per l’Europa, e illustrando nelle piazze e nei mercati le proprietà medicamentose di intrugli vari, spacciandoli per panacee contro tutti i mali.

Antonella Bazzoli , 7 novembre 2013 – aggiornato il 10 maggio 2018