Francesco e Federico II, un disegno di pace ottocento anni fa

In momenti di crisi e incertezza a livello globale, come quelli che stiamo vivendo negli ultimi tempi, diventa difficile prevedere cosa potrà accadere e cosa ci riserva il futuro. Il timore di nuove guerre e conflitti tra i popoli, di nuovi abusi e discriminazioni tra gli individui, minaccia la pace e la giustizia,  e persino i diritti individuali che davamo per scontati e tutelati dalla nostra Costituzione rischiano di non essere più garantiti.
Eppure, io credo, è proprio nei momenti più critici che occorre armarsi di coraggio per superare il senso di incertezza e di impotenza che sta emergendo.
Molto si può fare: Possiamo creare nuove e sane abitudini a partire dal  nostro piccolo. Possiamo impegnarci a rimanere attivi e creativi, senza cadere nella trappola dell’inazione o, peggio ancora, dell’indolenza e dell’apatia. E possiamo soprattutto sostenerci gli uni con gli altri, restando uniti e solidali nelle difficoltà.
E’ con questa intenzione che propongo un articolo che parla di pace, augurandomi che ricordare la storia passata possa esserci d’ aiuto a superare le paure e le incertezze del nostro presente.

Come dei semi rimasti a lungo sotto terra, pronti a germogliare al momento opportuno, alcuni eventi della nostra storia passata possono improvvisamente riemergere dall’oblio e possono persino indicarci  un cammino da intraprendere.

Uno di questi semi destinati a germogliare ci è stato lasciato ottocento anni fa da un uomo che scelse di vivere come Gesù, un uomo che visse nel mondo ma non era del mondo, un uomo che nulla volle possedere e da nulla e nessuno fu posseduto. Quest’uomo vissuto tra XII e XIII secolo fu talmente simile a Cristo da essere chiamato “Alter Christus”. Non ha bisogno di presentazioni e avrete già intuito che il suo nome è Francesco d’ Assisi.
Un altro seme che risale ugualmente a otto secoli fa , ci è stato lasciato in eredità da un potente sovrano “illuminato”,  Federico II Hohenstaufen, l’imperatore cristiano che cercò di costruire una pace duratura tra popoli di etnia e di religione diversa, riuscendovi in parte quando sottoscrisse un tregua di dieci anni tra Oriente e Occidente, al tempo delle cruente Crociate tra Franchi e Saraceni, in un periodo storico caratterizzato come oggi da epidemie, guerre, incertezze.
Mi riferisco all’accordo di pace del 17 marzo 1229 quando Federico II riconquistò Gerusalemme evitando scontri, saccheggi e distruzioni. La pace tra Oriente e Occidente fu siglata dal sovrano svevo ce dal sultano d’Egitto on le armi della cultura, dell’amicizia e della diplomazia.
La storia che vi racconto oggi è ambientata in Terrasanta, nel Regno latino di Gerusalemme, negli anni che vanno dal 1219 al 1229. Non è a lieto fine, poiché la pace non fu purtroppo duratura.
Ma a distanza di otto secoli, due semi di pace, lasciati rispettivamente da frate Francesco nel 1219 e dal sovrano Federico II circa dieci anni dopo, ci parlano ancora di  speranza e forse possono guidarci e sostenerci per superare l’incertezza del nostro presente
.

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Tutto cominciò nel giugno del 1219, quando l’umile frate Francesco lasciò Assisi per imbarcarsi su una nave carica di soldati crociati diretta in Siria.
Il regno latino di Gerusalemme era ormai ridotto ad un’esigua fascia costiera che si estendeva tra la Siria e la Palestina e la Città Santa  che il Saladino aveva occupato nel 1187, era ancora in mano ai Saraceni.
Scopo delle Crociate era riconquistare Gerusalemme e i luoghi della cristianità.
Nella capitale del regno latino, San Giovanni d’Acri, ad attendere Francesco c’era frate Elia, sapiente alchimista e uomo di scienza, nonché grande architetto e abile diplomatico , che dopo la morte del santo suo amico avrebbe progettato e seguito i lavori della doppia chiesa di Assisi in cui Francesco sarebbe stato sepolto.
Era stato proprio il giovane frate Francesco, nel 1217, ad inviare il suo fidato e sapiente amico frate Elia nelle terre lontane del Regno latino, nominandolo per quella missione “Ministro di Siria e d’Oltremare”.
Non fu certo un caso, io credo, che la partenza di frate Elia coincise con l’inizio della V crociata. E’ altamente probabile, a mio avviso, che Francesco abbia voluto affidare un compito diplomatico di grande importanza a Elia: preparare il terreno per un dialogo di pace tra Crociati e Saraceni, e forse anche trattare per riprendere Gerusalemme e i luoghi santi della cristianità evitando scontri e spargimenti di sangue. Chi, se non frate Elia, sarebbe stato più adatto per intraprendere una delicata missione di pace in un periodo di guerra? Lo scelse, io credo, non solo per la vasta cultura che Elia aveva in ogni campo e in ogni sapere, ma soprattutto per le sue riconosciute capacità diplomatiche che in seguito  o avrebbero fatto diventare consigliere fidato sia dell’imperatore Federico II che del papa Gregorio IX.

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Giunti a San Giovanni d’Acri probabilmente tra fine luglio e inizio agosto, Francesco e gli altri frati che erano con lui si spostarono verso Damietta, città egiziana che da oltre un anno continuava ad essere assediata dai Crociati, poiché ritenuta strategica in vista della riconquista di Gerusalemme e del Santo Sepolcro (1) .
Arrivati a Damietta, Francesco e i suoi frati furono costretti a restare nel campo allestito dall’esercito crociato, e dovettero così assistere impotenti per tutto il mese di agosto a scontri cruenti e a sanguinose battaglie.
Francesco avrebbe voluto attraversare subito il campo nemico per andare a parlare con il Sultano d’Egitto, ma non poté farlo finché non ottenne il permesso del legato pontificio, il bellicoso e intransigente cardinale Pelagio che, secondo alcuni storici, può essere ritenuto responsabile del fallimento della V crociata.
Io credo che lo scopo ultimo di Francesco non sia stato il martirio, come sostenuto da alcuni agiografi, ma sia stato invece realizzare la pace tra oriente e Occidente. Il Sultano Al-Kamil era chamato “il re perfetto” per la sua personalità mite, per la vasta cultura e la forte spiritualità che lo caratterizzavano. Alla sua corte era circondato da sacerdoti Sufi, suoi maestri spirituali e suoi fidati consiglieri.
Dopo la terribile battaglia del 29 agosto 1219, cui seguì una breve tregua, Francesco riuscì probabilmente ad ottenere il tanto atteso permesso che gli avrebbe consentito di attraversare il campo nemico ed essere ascoltato dal Sultano.
Come ciò poté accadere resta un mistero. Personalmente ritengo che l’ incontro sia stato reso possibile grazie alle mosse politiche e diplomatiche di frate Elia, il quale verosimilmente potrebbe aver creato relazioni amichevoli con i mistici Sufi, consiglieri del Sultano, già nei due anni precedenti della sua permanenza nel Regno latino e in Terra Santa.
Fu così che l’umile Francesco, che aveva fatto voto di povertà proprio come i suoi fratelli Sufi e che indossava come loro un abito semplice dotato di cappuccio (ricordiamo che Suf in arabo vuol dire lana), riuscì non solo ad incontrare il Sultano d’Egitto venedo ospitato alla sua corte per parecchi giorni, ma anche ad avviare con Al -Kamil un dialogo interreligioso tra cristiani, ebrei e musulmani nel nome dell’ unico Dio !


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Fu così che Francesco fu accolto con amicizia ed ospitalità dal Sultano e dai Sufi che lo attorniavano, come concordano tutte le fonti e le cronache giunte fino a noi.
Furono giorni nei quali si parlò di pace ma soprattutto furono giorni di preghiera universale.
Giorni che ritengo abbiano in qualche modo preparato il terreno per uno storico, successivo incontro diplomatico, che avrebbe avuto luogo esattamente 9 anni dopo, sempre al tempo della V crociata, tra l’ imperatore Federico II e il Sultano d’Egitto Al-Kamil.

Era il 17 marzo del 1229 quando i due potenti sovrani (che sarebbero rimasti grandi amici fino alla morte del Sultano, sopravvenuta nel 1237), giunsero all’ accordo di pace che avrebbe potuto cambiare le sorti di Oriente e Occidente, evitando guerre future.

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Il giorno dopo la sua entrata nella Città Santa da lui riconquistata, il  18 marzo del 1229, Federico II Hohenstaufen entrò da imperatore cristiano e da Re di Gerusalemme all’interno della chiesa del Santo Sepolcro.

I luoghi santi di Gerusalemme, di Nazareth e di Bethlemme erano tornati ai cristiani e l’accordo con il Sultano prevedeva anche un armistizio di dieci anni. 
Fu l’unica Crociata della storia che si concluse pacificamente, senza spargimenti di sangue e senza distruzioni: Gerusalemme era stata liberata, il Monte del Tempio rimaneva accessibile a tutti e da quel momento in poi vi avrebbero potuto pregare insieme pellegrini e devoti, cristiani, ebrei e musulmani, anche se di fede diversa.

In conclusione possiamo dire che il viaggio a Damietta alla corte del Sultano, intrapreso nove anni prima dall’umile frate Francesco, non può essere considerato un fallimento, ma che al contrario costituì un presupposto importante, se non determinante, per la successiva trattativa di pace che venne sottoscritta da Federico II con lo stesso Sultano Al-Kamil.

San Francesco d’Assisi, con l’aiuto di frate Elia, avrebbe dunque aperto la strada a successive trattative diplomatiche che ebbero luogo tra il potente imperatore svevo e il Sultano d’Egitto, mostrando in tal modo che è possibile la convivenza pacifica tra popoli di religione e cultura diverse, e creando così le premesse affinché Federico II potesse in seguito riottenere Gerusalemme, senza dover usare né eserciti né armi.
(1) La successiva presa di Damietta, il rifiuto del cardinale Pelagio di accettare le trattative di pace offerte dal Sultano, la prosecuzione degli scontri, avrebbero portato poco dopo alla perdita di Damietta, decretando il fallimento della  V crociata 

di Antonella Bazzoli
, 16 marzo 2020