Festa delle donne alle calende di Marzo

feb 28th, 2020 | scritto da | inserito in Asherah, Grandangolo

Può sembrare strano che nel calendario dell’antica Roma, il primo giorno di Marzo (che nel calendario romuleo corrispondeva al capodanno) anziché essere dedicato al dio Marte, lo era a sua madre Giunone Lucina, la dea che proteggeva le donne sposate e le partorienti!
Eppure Romolo, figlio di Marte, aveva chiamato “Martius”  il primo mese dell’anno proprio per onorare suo padre, il dio della guerra e dell’agricoltura nonché divino rappresentante della virilità e della forza procreativa maschile! Marzo era considerato un mese virile, non certo femminile. E allora perché festeggiare a capodanno la dea madre, anziché il dio padre?

Noti come Matronalia, i festeggiamenti in onore di Giunone Lucina prevedevano offerte di fiori primaverili alla dea, che veniva celebrata dalle matronae di Roma perché, come dice il suo stesso nome, da lei provenivano la vita e la luce (Lucina deriva dal termine latino lux, ovvero luce).
La consuetudine precristiana dei Matronalia è attestata almeno  dal 375 a.C., anno in cui Plinio riferisce di un tempio sull’Esquilino dedicato a Giunone Lucina.
Quella del primo di marzo era dunque una festa delle donne e non certo degli uomini!
Ciò poneva una questione imbarazzante che lo stesso Ovidio, nella sua famosa opera “I Fasti”, cercò di superare rivolgendosi direttamente al dio Marte con queste parole: “Dimmi perchè ti festeggiano le matrone, mentre tu sei connesso alle attività virili?” (Fasti, III, 169). Ovidio cercò di dare una spiegazione razionale al fatto che il capodanno di marzo fosse connesso con attività femminili anziché maschili. Il poeta ipotizzò che le matronae di Roma, onorando Giunone, intendevano onorare indirettamente suo figlio Marte, commemorando l’atto di pace tra Romani e Sabini, avvenuto come è noto grazie alla mediazione delle donne che si erano unite ai Romani dopo essere state rapite.
Nel tentativo di trovare a tutti i costi una spiegazione logica per i festeggiamenti in onore di Giunone Lucina, il poeta collegò i Matronalia anche con la rinascita primaverile e con la fertilità delle donne latine: “agli alberi tornano le foglie distaccate dal freddo e le gemme si gonfiano di linfa sul tenero tralcio … con ragione le madri latine per cui è voto e milizia il parto, onorano questa stagione feconda” (Fasti, III, 236-244).
Sempre da Ovidio veniamo a sapere che alle calende di Marzo le matronae di Roma invocavano Giunone Lucina, chiedendole assistenza e protezione nel difficile momento del parto. Intrecciando erbe in fiore, e componendo corone floreali con cui cingersi il capo, le matrone si rivolgevano alle altre devote, invitandole a pregare e a venerare la dea con questa preghiera: – Recate fiori alla Dea! Questa dea si compiace di erbe fiorite; incoronate il capo di teneri fiori! E dite ‘O Lucina, tu ci hai dato la luce!’ E dite ‘ Tu sei propizia al voto delle partorienti!’ Se qualcuna è ancor gravida, con la chioma disciolta, preghi la Dea per un parto senza dolore… (Fasti, III, 253 – 258).
Sempre nel terzo Libro dei Fasti si legge che le spose latine, in procinto di partorire, scioglievano i propri capelli facendoli fluire liberi e invocando la dea affinchè il parto avvenisse senza dolore. (Fasti, III, 257-258). Il momento della nascita, considerato simbolicamente come lo scioglimento di un nodo, era molto temuto poiché metteva in pericolo la vita della donna e quella del nascituro. Per questo motivo il rituale simbolico dello scioglimento dei capelli assumeva il valore magico e propiziatorio di un voto, volto ad assicurare un esito favorevole al parto sia per la madre che per il neonato.
In tal senso, io credo, andrebbe interpretata anche l’antica consuetudine che vietava alle donne di entrare nel tempio di Giunone Lucina con qualcosa di annodato addosso.
Un po’ brusca e quasi risentita è la risposta che il dio fornisce alle imbarazzanti domande del poeta, dando l’idea di voler quasi chiudere una volta per tutte la questione con queste parole: “Ciò che chiedi appare evidente ai tuoi occhi. Mia madre ama le spose, la folla delle madri celebra la mia festa” (Fasti, III, 250-251).
Sempre in occasione dei Matronalia si svolgeva un altro curioso rituale, consistente nel rovesciamento dei ruoli sociali: in quel giorno infatti, e solo in quel giorno, le ricche matrone romane servivano a tavola le proprie schiave!
Qualcuno ha voluto interpretare questa insolita consuetudine come un rituale di rottura dell’ordine sociale, qualcosa che somiglia a quanto accadeva anche nel mese di dicembre, in occasione di un’altra importante festa religiosa del calendario religioso di Roma antica: i  Saturnalia.
Pare che l’occasionale ribaltamento dei ruoli sociali nell’antica Roma, abbia avuto una giustificazione rituale in funzione del mantenimento dello status quo.
In altre parole, il servire a tavola le proprie schiave alle calende di Marzo, ovvero nel giorno del capodanno romano, rappresentava per le matrone un necessario rituale di trasgressione della norma, in funzione del mantenimento dei rispettivi ruoli sociali per tutto il resto dell’anno. Lo scambiarsi le parti per un solo giorno all’anno, serviva insomma a ribadire con forza la rigida struttura classista della società romana.

figure femminili, particolare di rilievi di età romana

Antonella Bazzoli - 1 marzo 2010 (aggiornato il 28 febbraio 2019)

Da leggere:
Ovidio, I Fasti, ed. BUR, 2006
Dario Sabbatucci, La religione di Roma antica, ed. SEAM, 1988


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