Saturno e Satyavrata, rinnovatori del cosmo

dic 1st, 2019 | scritto da | inserito in Reportage, Uomini e Miti

Saturno, Kronos. Agostino di Duccio. Rimini.

Nell’antica Roma i Saturnalia erano indubbiamente tra le feste più attese del calendario religioso. Si svolgevano in onore del dio Saturno dal 17 al 23 di dicembre, e in quei giorni nell’Urbe regnava il caos più assoluto.

Lo sappiamo da Plinio il Giovane, il quale durante i Saturnalia si vedeva costretto a lasciare Roma poiché la grande confusione che regnava in città non gli consentiva di studiare in pace (cfr. Epistole, II, 17, 24).
I festeggiamenti si svolgevano tra banchetti, danze, stravolgimenti delle consuetudini ed eccessi di ogni tipo. Anche i giochi d’azzardo, proibiti nel resto dell’anno, venivano tollerati durante i Saturnalia.
La la trasgressione delle norme e la mancanza di moderazione caratterizzava queste giornate di fine dicembre. Persino i ruoli sociali si invertivano durante i Saturnalia, tanto che agli schiavi era consentito prendere in giro i propri padroni e addirittura sedersi a tavola insieme a loro! Ciò è attestato dall’ epigramma di un calendario romano del 354 d. C. in cui si legge: “Dicembre procura monete d’oro alla festa di Saturno, e a te o schiavo è ora consentito giocare con il padrone” [1].
Altra usanza dei saturnali consisteva nello scambiarsi dei doni, in particolare pietanze, candele e  sigilla (da cui il termine sigillaria) [2]. Così venivano chiamate le statuette di cera, o di pasta, da cui sembra derivare il nostro costume di scambiarci regali a Natale.
Nei giorni dei Saturnalia si svolgeva anche un altro rito, dal carattere fortemente simbolico, che si svolgeva all’interno del tempio dedicato a Saturno, nel foro romano, alle pendici del Campidoglio.
Durante il corso dell’anno solare entrambi i piedi della statua del dio erano legati con lacci di lana detti compedes (così si chiamavano i ceppi che vincolavano gli schiavi), e solo durante i Saturnalia il simulacro veniva liberato dal legame simbolico dei lacci ai piedi. Tale gesto rievocava il ritorno a quel lontano tempo noto come l’ età dell’oro, in cui Saturno aveva regnato senza guerre e senza discriminazioni tra liberi e schiavi. Un’era mitica, un regno remoto e leggendario, dove la Natura produceva  spontaneamente i suoi frutti senza necessità di coltivare e lavorare la terra con l’aiuto del bue (v. Tibullo, Elegia I, 3, 35-50).

Un personaggio, rivestito da fuochi d'artificio, gira su se stesso nella pubblica piazza del paese in un'esplosione di petardi, razzi colorati e mortaretti

Un personaggio, letteralmente ricoperto da fuochi d’artificio, gira su se stesso nella pubblica piazza, in un’esplosione di petardi, razzi e mortaretti

Non è un caso che le feste dei Saturnalia si svolgessero proprio nel tempo del calendario agricolo che viene subito dopo la semina: è infatti questo il periodo dell’anno solare in cui il lavoro si ferma, ed è questa la fase calendariale che culmina nel solstizio invernale. Anche il sole in questi freddi giorni che annunciano l’inverno sembra morire, ma la morte del sole è solo  apparente, come quella del seme sotto terra: una morte necessaria per consentire il graduale ritorno della luce e la rinascita della natura che avverrà in primavera.

Come riferisce Seneca (v. Apocol. 8,2) nel primo giorno dei Saturnalia si nominava il Saturnalicius princeps, una figura simbolica che per tutta la settimana doveva regnare nel caos della festa.
Noto anchecome rex saturnaliorum, questo finto re doveva forse rappresentare lo stesso dio Saturno.
Una volta conclusi i festeggiamenti il destino del re dei Saturnalia era di essere messo a morte con la rappresentazione di un’uccisione simbolica.
Strascichi di questo antico rituale sembrano sopravvivere ancora oggi, in alcune regioni d’Italia, in quelle tradizioni folkloriche che consistono nel dar fuoco ad un fantoccio nella notte di San Silvestro, o anche nella consuetudine di far roteare, nella piazza del paese, una figura burlesca ingabbiata all’interno di una struttura fatta di scoppiettanti petardi e mortaretti .

Sempre a proposito di Saturnalia mi sembra interessante riportare la tesi di René Guénon, famoso assertore dell’unità che lega le tradizioni più diverse, e del sincretismo che spesso permette di ricollegare diversi simboli e consuetudini ad un’origine comune.
Secondo il noto studioso di simboli sacri, vi sarebbe un’analogia anche tra il dio Saturno e il Noé della tradizione induista, il cui nome è Satyavrata .
Il mito narra che il dio Vishnu apparve a Satyavrata sotto forma di pesce per annunciargli che le acque stavano per distruggere il mondo e per ordinargli di costruire un’arca in cui chiudere i germi della vita futura.
Nel nuovo ciclo successivo al cataclisma, sarebbe stato Satyavrata a consegnare agli uomini il Veda, cioè la rivelazione divina della religione induista.
Satyavrata come Noé, dunque, e come il Manu, ovvero il Legislatore del ciclo attuale.

Caramanico, il Ballo della Pupa con fuochi pirotecniciA parte le interessanti analogie tra la tradizione indù e altri miti che pure parlano di diluvio universale, va notata la radice comune dei due nomi Saturno e Satya(vrata).
Entrambi potrebbero rappresentare la stessa manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo ad ogni ciclo.
Il mito indù narra infatti che Vishnu apparve a Satyavrata alla fine del ciclo cosmico che precede l’attuale.
Ad ulteriore conferma di tale tesi è interessante notare che la sfera del pianeta Saturno nella tradizione indù viene chiamata Satya-Yuga.

[1] cfr. J. Strzgowsky, Die Calendarbilder vom Jahre 354, in Jahrbuch des kaiserlich, deutschen archaeologischen Instituts, suppl. I Berlin 1888, tav.X
2] Secondo Macrobio i sigillaria avrebbero avuto a che fare con un obbligo religioso (v.Saturnali, I, 10, 18)

Antonella Bazzoli - 7 dicembre 2010, aggiornato il 13 novembre 2017

 

 

Da leggere:

Dario Sabbatucci, La religione di Roma antica. Dal calendario festivo all’ordine cosmico. ed. Seam, 1988

René Guénon, Simboli della scienza sacra, Milano 1975

Margarethe Riemschneider, Saturnalia, I, in “Conoscenza religiosa”, n. 4, 1981 e n.1-2, 1982

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