Francesco e frate lupo

mag 28th, 2020 | scritto da | inserito in Racconti di Evus, Reportage, Uomini e Miti
Lupo, scultura di età romana, Musei Vaticani, Roma

…Io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più… ”. Così parlava Francesco d’Assisi al lupo chiamandolo fratello, e allo stesso tempo si rivolgeva agli abitanti di Gubbio con queste significative parole: “Frate lupo che è qui dinanzi da voi, sì m’ ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi e di non oífendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie…”.
Si tratta del famoso episodio, riportato nei Fioretti di San Francesco (florilegio sulla vita del santo, scritto da autore anonimo nel corso del Trecento) in cui si narra come Francesco riuscì a far tornare la pace tra un feroce lupo e il popolo eugubino che lo temeva e voleva ucciderlo.
L’episodio dei Fioretti è ricco di simboli e di allegorie che meriterebbero di essere analizzati più approfonditamente.
Oggi però voglio parlarvi di un altro episodio, pressoché  sconosciuto e non riportato nelle fonti francescane dirette, che tuttavia reputo attendibile e che trovo molto interessante per meglio comprendere quale fosse realmente il rapporto tra Francesco e “frate lupo”.
Si tratta di un racconto tratto dalla “Legenda de Passione Sancti Verecundii militis et martiris”, opera scritta nella seconda metà del XIII secolo, ovvero solo pochi decenni dopo la morte di Francesco. Ciò che rende attendibile e credibile la narrazione è anche la presenza di alcuni testimoni oculari, menzionati dall’autore anonimo della Legenda come persone presenti al fatto.
Siamo tra il 1224 e il 1226, ovvero negli ultimi anni di vita di Francesco, quando il fisico dell’umile frate, da poco rientrato da La Verna, era talmente malridotto da costringerlo a spostarsi in groppa a un asino.
A quel tempo i lupi affamati si aggiravano a branchi, non solo lungo i pendii delle nostre boscose montagne appenniniche, ma anche nelle campagne circostanti fino ad arrivare nei centri abitati.
Un giorno, all’imbrunire, Francesco viaggiava sul suo asinello insieme al suo compagno nei pressi dell’abbazia di San Verecondo (l’antico monastero sorgeva dove ora si trova Vallingegno, lungo la strada che da Perugia conduce a Gubbio ), quando alcuni contadini gli si fecero incontro, sconsigliandolo di avventurarsi di notte in quei boschi infestati dai lupi.
Francesco però non aveva paura del “lupo cattivo”.
Lui amava “frate lupo”, così come amava e rispettava ogni creatura di Dio, e non avendo mai fatto del male a quegli animali, sapeva di non dover temere un loro attacco.
Così Francesco salutò quei contadini, augurando loro ogni bene, e continuò serenamente il suo viaggio notturno sul dorso di “frate asino”, con le spalle malamente coperte d’un rozzo mantello.
Ecco qui di seguito il testo originale, tratto dalla leggenda agiografica del martire Verecondo, presso la cui abbazia Francesco e il suo compagno si erano recati e dalla quale ripartirono, di sera, prima di incontrare i contadini spaventati dai lupi:
I l beato Francesco, che era consumato e indebolito nel corpo a causa delle incredibili penitenze, veglie, orazioni e digiuni, massimamente dopo che era stato insignito delle stimmate del Salvatore, non potendo più camminare a piedi, viaggiava sul dorso di un asinello. Una sera sul tardi, era quasi notte, egli passava in compagnia di un fratello per la strada di San Verecondo, cavalcando l’asinello, le spalle malamente coperte d’un rozzo mantello. I contadini, appena lo videro, cominciarono a chiamarlo dicendo: “Frate Francesco, resta con noi e non voler andar oltre, perché da queste parti imperversano lupi famelici e divorerebbero il tuo asinello, coprendo di ferite anche voi”. E il beato Francesco replicò così: “Non ho mai fatto nulla di male al lupo, io, perché ardisca divorare il nostro fratello asino. State bene, figli miei, e vivete nel timore di Dio!” E così frate Francesco proseguì il suo cammino senza imbattersi in sventura di sorta. Questo ci ha riferito uno dei contadini che era stato presente al fatto“.
Francesco e il lupo. Affresco seicentesco dal chiostro del monastero di santa Chiara a Napoli

Francesco e il lupo. Affresco seicentesco dal chiostro del monastero di santa Chiara a Napoli

Io credo che Francesco conoscesse molto bene il lupo e credo sapesse anche come questo stupendo animale, proprio come l’uomo, può vivere solo, oppure in branco; e credo sapesse anche che quando il lupo si accoppia diventa un compagno fedele e resta devoto fino alla morte.
Tuttavia il lupo, in quanto animale selvatico, era allora come oggi un simbolo di morte e distruzione nell’immaginario collettivo.
Non dimentichiamo che nell’antichità il lupo veniva anche rappresentato come animale guardiano che sorveglia l’entrata al regno dei morti, e le cui fauci rappresentano un luogo di non ritorno.
Proprio in virtù di questo suo temuto aspetto che lo lega al regno delle ombre, il lupo è sempre stato considerato pericoloso, e non stupisce quindi che sia nato il luogo comune del “lupo cattivo” , presente anche in molte favole e leggende.
Accanto a questa valenza negativa ve ne è tuttavia anche una positiva, legata al percorso iniziatico e a quello della conoscenza. Il lupo è infatti portatore di iniziazione e di sapienza in molte antiche culture; egli è l’animale che accompagna la discesa nel mondo degli inferi, discesa che si rende necessaria per l’uomo che vuole uscire dal buio e ritrovare la luce.
Non si può infatti risorgere se prima non si è scesi agli inferi, se prima non si ha avuto il coraggio di attraversare il proprio buio interiore, se si ha timore di essere inghiottiti dalla “gola del lupo”.
L’ombra, l’inferno, la grotta, la gola del lupo… Luoghi simbolici che spesso diventano immagini dell’ inconscio.
Solo chi è pronto a guardare senza paura nel proprio inconscio, solo chi riesce a far pace con la propria ombra, può riuscire – come Francesco – ad amare e a stare in pace con “frate lupo” e con tutte le creature!

Antonella Bazzoli, 20 febbraio 2019