Mikael tra Oriente e Occidente

mag 5th, 2020 | scritto da | inserito in Itinerari di Evus, la Croce e la Spada, Reportage

Il culto per l’arcangelo Michele cominciò a diffondersi in Oriente nel corso del IV secolo. Dall’Asia Minore il culto si diffuse poi in Egitto.
Le prime apparizioni angeliche sono attestate in Frigia e risultano associate o alla nascita di un fiume o alle proprietà miracolose di acque terapeutiche.
A Costantinopoli sorsero numerosi santuari dedicati all’arcangelo. Sozomeno, storico del V secolo, riferisce che  i devoti con problemi di salute si radunavano nel Sosthenion, un santuario fatto costruire dall’imperatore Costantino per praticarvi l’incubatio, pratica rituale consistente nel trascorrere la notte all’interno del luogo santo in attesa di una visione angelica che avrebbe annunciato la guarigione al malato.
Il fatto che i poteri taumaturgici dell’arcangelo fossero associati quasi sempre alle proprietà curative di acque terapeutiche trova corrispondenza – come ha fatto giustamente notare Don Mario Sensi – anche nel famoso episodio del vangelo di Giovanni in cui si narra che in una piscina di Gerusalemme, situata presso la Porta delle Pecore, zoppi e paralitici si riunivano per attendere un angelo che “in certi momenti discendeva e agitava l’acqua e il primo ad entrarvi guariva da qualsiasi malattia fosse affetto” (Giovanni 5, 1 – 4) .

La Sacra di San Michele in Val di Susa fu un’importante meta di pellegrinaggio nel corso del medioevo

Certo è che la figura dell’arcangelo riuscì facilmente ad assorbire e a sostituire tradizioni religiose preesistenti, vuoi per il ruolo universale di Michele come intermediario tra Dio e gli uomini, vuoi per la sua capacità di adattarsi e far proprie caratteristiche e attributi di altri eroi e divinità precristiane.
In tal modo il culto micaelico si sovrappose in modo sincretico ad antichi culti iatrici del sud d’Italia, come quello attestato nel Gargano per il veggente omerico Calcante e per Podalirio (figlio di Asclepio).
In Asia Minore fu invece il culto per Cibele e Attis ad essere sostituito con quello per l’arcangelo Michele.
Sempre attraverso un processo sincretico, l’arcangelo prese il posto del dio medico Asclepio a Costantinopoli, e quello dell’Ercole guerriero tra le popolazioni italiche.
In alcuni territori dell’occidente cristiano si conservano ancora nomi di località che testimoniano l’esistenza di culti preesistenti a quello dell’arcangelo, come ad esempio a Sant’Angelo in Mercole vicino Spoleto (in Umbria) e a Saint Michel Mont Mercure (nella Loira), due toponimi che attestano inequivocabilmente il precedente culto tributato a Mercurio.

Affresco raffigurante l’apparizione dell’arcangelo in cima ad un monte

Così, nei secoli in cui Gerusalemme e Roma vivevano un grande rinnovamento architettonico, preparandosi a diventare le due principali mete del pellegrinaggio medievale, la fama dell’angelo guaritore e  mediatore celeste continuò a diffondersi sia in Oriente che in Occidente, in particolare in quelle zone in cui – dopo il crollo dell’Impero romano – si faceva sentire maggiormente l’influenza dell’impero bizantino.
E poiché il culto micaelico veniva spesso associato ad eventi epifanici o ad episodi miracolosi, i santuari dedicati all’arcangelo cominciarono a sorgere principalmente sulla cima di alture e nei pressi di grotte o sorgenti considerate terapeutiche.
Come ad esempio sul promontorio garganico, dove si narra che l’arcangelo fosse apparso in sogno al vescovo di Siponto verso la fine del V secolo, ordinandogli di erigere un santuario a lui dedicato presso la grotta in cui si era verificato il leggendario episodio della freccia e del toro[1]

8 maggio 492. La freccia lanciata contro il toro torna indietro e ferisce il mandriano che l’aveva scagliata

La grotta santuario garganica divenne così una delle più importanti mete di pellegrinaggio d’Europa, frequentata non solo per ottenere guarigioni tramite la stilla miracolosa, ma anche per ricevere la remissione dei peccati.
Altrettanto famoso e ugualmente frequentato dai pellegrini di tutta Europa fu il santuario di Mont Saint Michel, costruito in Normandia nel 709 in seguito all’apparizione dell’arcangelo al vescovo Oberto.
Esattamente a metà strada tra il santuario pugliese e quello a nord della Francia, in posizione strategica e dominante sulla Val di Susa, sorse poi nel X secolo il monastero benedettino di San Michele della Chiusa.
Legato al culto dell’arcangelo Michele è anche il bellissimo edificio a pianta centrale che si trova nei pressi dell’abbazia cistercense di San Galgano, in provincia di Siena.
La sua costruzione si lega al sogno iniziatico fatto dal cavaliere Galgano al quale l’arcangelo avrebbe indicato il luogo di fondazione della nuova chiesa del XII secolo, al cui interno si conserva la leggendaria spada nella roccia [2] .
Il culto del Sant’Angelo si diffuse in Italia soprattutto tra V e VI secolo per influenza della cultura bizantina, né venne meno in seguito alle invasioni dei Longobardi: il duca di Benevento Grimoaldo attribuì addirittura la propria vittoria sui Bizantini al miracoloso intervento dell’Arcangelo, e  l’ immagine di Michele fu addirittura coniata sulle monete della nazione longobarda dal re Cuniperto alla fine del VII secolo.

L’edificio del XII secolo si lega alla leggenda del cavaliere Galgano e della mitica spada nella roccia che si trova ancora al suo interno

Non deve dunque stupire la grande quantità di chiese, oratori, cappelle e santuari dedicati all’arcangelo Michele, lungo le principali vie di comunicazione dell’alto medioevo e lungo i tratturi appenninici che fin dall’antichità venivano frequentati dai pastori in cerca di pascoli per le loro greggi.
Non è infatti un caso che siano due le festività dell’arcangelo Michele, celebrate rispettivamente l’8 di maggio e il 29 di settembre,date che coincidono con l’apertura e la chiusura del periodo della transumanza!

Nel corso del medioevo erano numerosissimi i pellegrini che attraversavano le cosiddette “vie dell’Angelo”, vuoi per ottenere grazie e guarigioni, vuoi ancor più frequentemente per ottenere il perdono dei peccati.
Tanta era la devozione verso l’arcangelo Michele che molti fedeli, nell’impossibilità di andare di persona in pellegrinaggio, presero ad assoldare “pellegrini vicari” che per due fiorini si recavano al Gargano, per un fiorino e mezzo a Roma e per un solo fiorino al santuario di Loreto. In tal modo si poteva ottenere l’indulgenza anche per procura!

dipinto in cui l’arcangelo si contende con il demonio le anime dei defunti

Mikael diventò dunque un punto di riferimento per tutti i popoli e per tutti i ceti sociali: i soldati riconoscevano in lui l’ archistratega delle milizie celesti che li avrebbe guidati e protetti in battaglia; i pastori e gli agricoltori lo veneravano come protettore dei raccolti e guaritore di uomini e animali; gli artigiani e i mercanti vedevano in lui il custode delle proprie anime e il medico dei propri corpi; tutti lo consideravano il mediatore celeste per eccellenza. Persino le autorità cittadine si rivolgevano a lui come garante dell’autonomia comunale.
Così la fama dell’arcangelo guuerriero continuò a diffondersi ovunque, da sud a nord, lungo l’Europa cristiana, indipendentemente dalle differenze culturali, etniche e sociali dei popoli e delle nazioni.
Nella sua funzione di intermediario tra Dio e gli uomini, Michele risultava infatti la figura più adatta ad interpretare i molteplici bisogni quotidiani di uomini e donne, oltre che a recepire le più diversificate aspettative di devoti e pellegrini.
Molti dei santuari paleocristiani dedicati in origine a Michele Arcangelo furono successivamente intitolati a Maria o a santi locali, rendendo così difficile ricostruire la mappa dei luoghi sacri del culto micaelico.
Altrettanto difficile è individuare quali dei santuari micaelici siano stati costruiti “ad instar”, cioè ad imitazione di un prototipo di riferimento.
Una cosa è certa: ogni città nel medioevo avrebbe voluto avere un santuario micaelico in grado di attirare pellegrini nel proprio territorio.

Per incrementare il pellegrinaggio nei luoghi micaelici si cominciò a consacrare gli altari dei nuovi santuari edificati ad instar, praticando quello che è stato definito un transfert di sacralità: dal momento che la natura angelica non è corporea e non esistono reliquie di angeli da poter venerare, si pensò di trasferire piccoli oggetti sacri dal valore simbolico, ritenendo in tal modo di poter trasferire con essi anche i poteri miracolosi dell’angelo, dal santuario originale a quello costruito ad instar.
Così, ad esempio, una volta giunti in pellegrinaggio al santuario garganico, i devoti usavano raccogliere alcune scaglie di pietra della grotta, o del litorale, da utilizzare poi come amuleti o reliquie, attribuendo spesso a tali oggetti un duplice valore, sacrale e apotropaico.
I nuovi “santuari copia” intitolati all’arcangelo non dovevano necessariamente imitare l’architettura dell’originale. Più spesso bastava che richiamassero alcuni singoli aspetti simbolici del luogo sacro cui si ispiravano, utilizzando ad esempio numeri sacri, misure auree, materiali o dimensioni in grado di esprimere anche architettonicamente e visivamente, la sacralità e il mistero della sfera divina.
Così, attraverso le opere architettoniche e artistiche del passato, si cercò di rappresentare simbolicamente il linguaggio divino.
Ce lo conferma Eusebio di Cesarea, laddove riferendosi al rinnovamento architettonico della Roma del IV secolo ad opera di Milziade[3] (e in particolare alla prima basilica lateranense da lui costruita) definì il vescovo amico di Costantino: “nuovo Salomone, re di una nuova Gerusalemme… che portando nell’anima il nome di Cristo intero, Verbo, Sapienza, Luce ha formato questo magnifico tempio di Dio Altissimo corrispondente nella sua natura al modello di quello che è migliore per quanto il visibile possa corrispondere all’invisibile” (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica X, 4, 3.26)

di Antonella Bazzoli – 29 settembre 2011, aggiornato il 20 aprile 2018


[1] Gargano, così si chiamava il proprietario della mandria al quale era sfuggito un toro, aveva ritrovato l’animale all’ingresso di un antro in cima alla montagna, e gli aveva scagliato contro una freccia che però era tornata miracolosamente indietro ferendolo ad un occhio.

Dietro la leggenda si cela forse il mito dell’origine dei Sanniti, popolazione italica fortemente ellenizzata, che costretta ad un ver sacrum da una carestia,  andò in cerca di una terra da colonizzare lasciandosi guidare da un toro (vd. Strabone, Greographica, V, 4, 12)

[2]Conficcando la spada nella roccia, che nessuno sarebbe più riuscito ad estrarre, Galgano rinunciò alla vocazione cavalleresca e divenne eremita presso la Rotonda da lui edificata. L’arma medievale è ancora conservata all’interno della chiesa di Montesiepi.

[3] Eletto vescovo nel 310 Milziade fu molto apprezzato da Costantino, che lo chiamava “carissimo” in una lettera del 313 e che gli affidò incarichi molto importanti.
DA LEGGERE:

“Culto e santuari di San Michele nell’Europa medievale: atti del congresso internazionale di studi, Bari, Monte Sant’Angelo, 5-8 aprile 2006″ a cura di  P. Bouet, G. Otranto, A. Vauchez , 2007 Edipuglia

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