Meretrici e lavatrici di capeta

gen 28th, 2020 | scritto da | inserito in Eros e Psyche, Racconti di Evus, Reportage, Scoperte di Evus

Con il termine laMaria Maddalena penitentevatrice di capeta si indicava, in età comunale, quella che oggi definiremmo una parrucchiera per signori.
Un mestiere di tutto rispetto, che tuttavia non era ben visto nella società di età medievale.
Dall’analisi di un articolo dello Statuto del Comune del Popolo di Perugia si evince chiaramente che prendersi cura delle capigliature dei signori uomini era considerata, per una donna, un’attività intima e promiscua addirittura paragonabile a quella di una prostituta.
Nel testo redatto nel 1342 si legge infatti: “Nessuna meretrice, ovvero puttana, ovvero lavatrice de capeta dimori a meno di dieci case di distanza dalla nuova chiesa del beato Ercolano, e dalle altre chiese della città di Perugia… e che nessuno affitti loro una casa in detti luoghi. E chiunque contravverrà alla legge, si tratti della meretrice o lavatrice di capeta o di colui che a queste affittò la casa, che sia punito con 50 libre di denaro… e che ciascuno possa esserne accusatore” (libro IV, 132.1)
Come è possibile che la qualifica di lavatrice di capeta, ovvero colei che lava le teste ed i capelli altrui, abbia finito per acquisire il significato di donna dai facili costumi?
Possiamo immaginare che ciò sia avvenuto perché il contatto tra le mani di una donna ed il cuoio capelluto di un uomo comporta un massaggio potenzialmente carico di sensualità, un gesto intimo che in un’epoca come quella medievale era in grado di scatenare desiderio ed erotismo.
Ciò si può comprendere meglio tenendo conto che in quei secoli molti chierici e predicatori giudicavano immorale e peccaminoso qualsiasi mestiere incentrato sulla cura del corpo, in special modo le attività caratterizzate da un contatto fisico tra uomini e donne.
Fu così che prostitute e parrucchiere per signori finirono per essere considerate alla stessa stregua, e fu così che i due termini vennero addirittura equiparati nel diritto, come emerge dall’attenta lettura del suddetto articolo dello Statuto comunale, redatto a Perugia nel 1342.

san Nicola salva tre fanciulle dalla prostituzione

San Nicola salva tre fanciulle dalla prostituzione

 Leggendo attentamente il testo si nota per prima cosa che i tre termini meretrice, puttana e lavatrice di capeta erano considerati sinonimi.

Scopriamo inoltre che all’interno delle mura cittadine era consentito e tollerato il mestiere della prostituta, a patto però che ciò avvenisse nell’intimità protetta di un’abitazione privata.
Chiunque infatti era libero di locare una casa di proprietà ad una meretrice, e quest’ultima poteva svolgervi liberamente la propria attività, ma solo se la casa locata si trovava lontana da luoghi di culto cittadini: “e che nessuno affitti loro una casa in detti luoghi”.

Meretrici e  lavatrici di capeta erano dunque poste sullo stesso piano: era lecito lavare le teste dei clienti, ma solo a patto che tale attività si svolgesse ad una distanza di almeno dieci case dalla chiesa del santo patrono Ercolano e dagli altri luoghi di culto: “a meno di dieci case di distanza dalla nuova chiesa del beato Ercolano, e dalle altre chiese della città di Perugia”.
Un’atteggiamento aperto e tollerante nei confronti della prostituzione femminile, ma il cui risvolto ghettizzante è evidente dal rigido divieto di far svolgere tali attività promiscue lontano dai luoghi di preghiera.  E  forse l’articolo dello statuto perugino mirava anche ad impedire a tali donne, giudicate di malaffare, di fissare la propria dimora vicino ai luoghi sacri.

Il locatore e la conduttrice che non avessero rispettato la legge statutaria, sarebbero stati puniti con una multa di 50 libre di denaro!
Controlli in tal senso probabilmente non venivano effettuati dalle autorità comunali, dal momento che erano gli stessi cittadini a diventare pubblici accusatori, denunciando i contravventori, come lascia chiaramente intendere l’esplicito invito che chiude l’articolo dello Statuto: “…e che ciascuno possa esserne accusatore” .

Curioso è infine notare che il vero reato non consisteva nel prostituirsi, né tantomeno nel favorire la prostituzione, quanto piuttosto nell’ offesa arrecata alla pubblica morale.
E’ peraltro risaputo che l’antico mestiere della meretrice veniva tollerato nei postriboli delle città. Ricordiamo che le case chiuse, chiamate all’epoca anche lupanari, non solo erano legali, ma addirittura le prostitute che vi operavano venivano tutelate dalle magistrature cittadine, in quanto soggetti deboli e bisognosi di protezione.
E’ tuttavia altrettanto vero che la vita di queste donne di malaffare non doveva essere facile, su di loro pesava infatti il giudizio degli uomini di chiesa che inevitabilmente comportava la loro emarginazione sociale nell’ambito della comunità civile.
Concludendo si può dire che il vero reato commesso da queste donne non era tanto il vendere il proprio corpo ad un uomo, quanto piuttosto l’ offendere i benpensanti e, soprattutto, il profanare i luoghi sacri con la propria peccaminosa presenza.

Antonella Bazzoli – Giugno 2009

Riferimenti bibliografici:

Statuto del Comune del Popolo di Perugia del 1342 in volgare. Edizione critica a cura di Mahmoud Salem Elsheikh. Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Perugia 2000 (Art. 132.1 del  libro IV)

Il Tempo delle donne Agenda medievale a cura di A.Antonelli e A.Bazzoli, Edimond 2010

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