I Lupercalia all’origine della festa degli Innamorati

gen 10th, 2020 | scritto da | inserito in Reportage, Uomini e Miti

Personificazione di Roma, sulla vasca superiore della Fontana Maggiore di Perugia

Il 14 febbraio, festa degli innamorati, si ricorda il martirio di san Valentino.

Narrano le fonti agiografiche che il martire, nato a Terni da una nobile famiglia, si convertì al cristianesimo diventando vescovo poco più che ventenne. Fu arrestato in seguito, sotto Aureliano, e quindi decapitato il 14 febbraio del 273.
Secondo un’altra leggenda Valentino sarebbe stato invece giustiziato per aver celebrato un matrimonio vietato dalla legge vigente: quello tra una donna cristiana, di nome Serapia, ed un legionario romano, di nome Sabino. Fu così che egli divenne il santo protettore degli innamorati.

Tuttavia l’origine di questa festa, divenuta oggi più commerciale che religiosa, risale a festeggiamenti di età precristiana, conosciuti con il nome di Lupercalia e celebrati il 15 febbraio nel calendario religioso di Roma antica.

La festa si svolgeva tra cerimonie di purificazione e riti propiziatori di fecondazione simbolica.

Luperco è un’antico dio del pantheon romano, invocato a protezione della fertilità. Inizialmente identificato con il lupo sacro a Marte, fu poi affiancato a Fauno (da cui Faunus Lupercus) e in seguito assimilato al greco Pan.

Consuetudini davvero antichissime che sembrano risalire ad un culto per Faunus Lupercus, divinità oracolare dal carattere disordinato e selvaggio, invocato a protezione di campi, selve e pastori, che finì per essere identificato con Pan, il dio raffigurato nell’arte come Fauno, con tanto di corna e zoccoli di capra.

Interessante è notare l’ etimologia del nome Lupercalia che, derivando da Lupercus, si ricollega  al latino lupus (lupo), a conferma del carattere selvatico della festa, strettamente legata alla cultura arcaica di tipo agropastorale.

Secondo altre fonti i Lupercalia deriverebbero invece dal culto di una divinità femminile: Juno Februata (ovvero Giunone purificata), invocata  un tempo dalle donne in caso di febbre o per chiedere protezione durante la gravidanza, soprattutto nel critico momento del parto.

Sappiamo che questi rituali continuarono ad essere praticati anche dopo l’avvento e la diffusione del cristianesimo. A Roma, ad esempio,  i Lupercalia erano ancora festeggiati nel V secolo, nonostante le accuse e i divieti mossi dal clero, comprensibilmente preoccupato dal permanere di tali usanze pagane.

Pare addirittura che proprio allo scopo di estirpare definitivamente gli antichi riti precristiani che si tenevano annualmente dopo le idi di febbraiopapa Gelasio I abbia istituito la nuova festa cristiana dedicata al martirio di San Valentino, facendola coincidere volutamente con la data dei Lupercalia, sperando in tal modo di eliminare definitivamente la tradizione pagana attraverso la sua trasformazione in rituali di tipo cristiano.

scultura esposta al Museo Archeologico di Napoli

Le critiche mosse dagli uomini di chiesa ai Lupercalia sono tuttavia comprensibili se si pensa che queste feste dovevano essere davvero sfrenate, al punto che non tutti le tolleravano nemmeno nell’ambito della società romana. Cicerone, ad esempio, ne dava un giudizio negativo, definendo i Lupercalia “riunioni selvagge”.
Per Valerio Massimo tutto avveniva all’insegna “dell’ilarità e dell’eccesso di vino” e tuttavia i festeggiamenti avevano un loro senso, dato che ad istituirli sarebbero stati Romolo e Remo in persona, “esultanti di gioia poiché il nonno Numitore aveva loro concesso di fondare una città sul Palatino” (Val. Max, 2, 2, 9).
Forse è per questa ragione che la festa del 15 febbraio veniva celebrata presso la grotta sacra alle pendici del Palatino, cioè presso il Lupercale che secondo la leggenda di fondazione di Roma avrebbe ospitato la mitica Lupa e i gemelli.

Interessante è anche la descrizione dei Lupercalia fatta da Plutarco, il quale descrive nel dettaglio lo svolgimento di tali celebrazioni, definendole al tempo stesso “azioni rituali difficili da spiegare”.

La Lupa allatta i gemelli fondatori di Roma. Giovanni e Nicola Pisano, 1278, Fontana Maggiore di Perugia.

Due giovani maschi adolescenti, appartenenti a famiglie patrizie – i cosiddetti Luperci – venivano condotti nella grotta consacrata al dio che si trovava ai piedi del colle Palatino.
Dopo aver sacrificato una capra, i due venivano segnati sulla fronte con un coltello bagnato di sangue caprino, quindi venivano detersi con un panno di lana bianca intriso di latte.Poi, alla fine del rituale purificatorio, i due giovani dovevano ridere e fatta a strisce la pelle della capra sacrificata, dovevano correre nudi intorno al colle, schernendo spettatori e passanti, e colpendo con strisce di cuoio chiunque incontrassero durante la corsa sfrenata.
Le matrone di Roma e le giovani spose desiderose di avere figli si facevano incontro ai colpi inferti dai Luperci, anziché evitarli, ritenendo che da tali gesti simbolici avrebbero ottenuto fertilità e fecondazione.
Uno strano rituale, indubbiamente, che può essere compreso solo se interpretato come atto propiziatorio di fecondazione, naturalmente in senso simbolico.

Concludendo, possiamo dire che i Lupercalia si caratterizzavano per il loro duplice e solo apparentemente contraddittorio carattere: da un lato gioioso e sfrenato, dall’altro espiatorio e propiziatorio, carattere tipico peraltro delle feste di gennaio e febbraio che, in quanto mesi invernali, venivano considerati periodo di transizione, e quindi di preparazione e purificazione, in vista della nuova stagione e dell’imminente rinascita primaverile della natura.  In un certo senso possiamo considerare i Lupercalia antenati, o parenti lontani, di quello che poi sarebbe diventato il nostro moderno Carnevale.

Antonella Bazzoli – 14 febbraio 2009 – aggiornato il 7 febbraio 2019

Da leggere:
Publio Ovidio Nasone “I Fasti” ed. BUR 2006
D. Sabbatucci “La religione di Roma antica, dal calendario festivo all’ordine cosmico” ed. Seam 1999
A. Carandini “La leggenda di Roma” Vol. I “Dalla nascita dei gemelli alla fondazione della città” Fondazione L. Valla – A. Mondadori  2006
A. Carandini “Remo e Romolo” Vol. I “Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani” Einaudi 2006

Tags: , , ,