Romanico pugliese. L’abbazia di Cerrate

apr 18th, 2011 | scritto da | inserito in la Croce e la Spada, Reportage

Nel cuore del Salento, a pochi chilometri a nord di Lecce, è conservato un gioiello di arte medievale, quasi nascosto nella verde campagna pugliese.
Si tratta di un’antica abbazia, Santa Maria delle Cerrate, che si raggiunge facilmente lungo la strada cheva  da Squinzano a Torre Rinalda. L’abbazia, che si trova a circa 4 km dal mare e leggermente in altura, ebbe vita fiorente fino al sedicesimo secolo, poi venne quasi dimenticata, trascurata ed impropriamente utilizzata per conservare i raccolti.
Grazie ad un recente restauro è finalmente possibile visitarla e apprezzarne tutta la sua bellezza.
Il nome “ Cerrate”, che identifica l’abbazia dedicata alla Vergine e che in passato è stato declinato in modi diversi (“Cervate”, “de Cerate”, “de Caritate” e “de Cherate”), ha fatto nascere varie ipotesi sul suo significato.
Secondo alcuni il termine “Cerrate” deriverebbe da “cerro”, pianta di cui la zona è ricca. Secondo altri , invece, il termine sarebbe legato alla virtù della carità che caratterizzava i monaci basiliani, alcuni dei quali avevano trovato rifugio in questo luogo in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell’Oriente cristiano.
Un’altra spiegazione che mi trova più concorde potrebbe essere quella di “Cervate” da “cervo”.

Santa Maria di Cerrate. La visione di sant' Eustachio

Quale prova di questa affermazione vorrei ricordare che all’interno della basilica vi era un affresco, oggi staccato e conservato nel museo annesso, che ha per soggetto “Il miracolo di sant’Eustachio” in cui il santo è raffigurato, secondo un’iconografia ben nota, mentre ha la visione di una cerva che reca un crocifisso tra le corna.
Anche la leggenda della fondazione della basilica, tramandata da un religioso del 1600, Luigi Tasselli, ci riconduce ad una cerva. La tradizione infatti racconta di una battuta di caccia nella campagna salentina che vede protagonista il re Tancredi, figlio naturale del normanno re Ruggero.
Proprio come sant’ Eustachio, il giovane re si trovò di fronte una dolce cerva e si mise a seguirla. La seguì fin dentro la sua tana e fu qui che Tancredi trovò un’immagine della Vergine. Per questo il re decise di far costruire in quel luogo un’abbazia dedicata alla Madonna che affidò ai monaci basiliani e che col passare degli anni divenne il nucleo centrale di un ricco monastero dotato di tutte le strutture necessarie alla vita ed alle attività dei monaci.
Risulta però difficile trovare giustificazione storica alla leggenda per un’ incongruenza cronologica. Tancredi infatti divenne conte di Lecce nel 1149, mentre la fondazione della chiesa viene fatta risalire, dai rari documenti che possediamo, al primo trentennio del XII secolo. Mi riferisco ad un attestato di donazione di un terreno confinante all’abbazia che ne conferma la presenza già nel 1133 e a un documento del 1154 redatto da un abate di Cerrate di nome Paolo.
Anche l’indagine archeologica condotta davanti alla facciata della chiesa confermerebbe tale datazione in quanto, pur avendo portato alla luce reperti databili in generale al periodo post medievale, ha ritrovato, di particolare interesse, una sepoltura a sarcofago rettangolare in pietra calcarea che, in quanto simile per tipologia ad altre tombe presenti nel Salento, è databile al basso medioevo. Per quanto riguarda invece la datazione relativa alla fine della fase fortunata dell’abbazia, è significativo il ritrovamento di un bagattino veneziano coniato agli inizi del 1500.
La chiesa è di chiaro stile romanico con una facciata dall’ aspetto davvero desueto per la presenza sul fianco sinistro di un portico duecentesco che la rende eccentrica. Dalla facciata è già possibile immaginare la planimetria interna della chiesa, longitudinale e spartita in tre navate, grazie alla copertura a doppio spiovente e grazie al portale centrale che si accompagna a due monofore corrispondenti alle navate laterali. In alto c’è un piccolo rosone e una decorazione ad archetti pensili e sottili lesene. Interessante è il protiro che accoglie nell’archivolto una serie di sculture con scene che raccontano alcuni episodi dell’infanzia di Cristo, dall’Annunciazione alla Nascita, mentre altre figure decorano fittamente la cornice esterna dell’arco secondo un gusto stilistico ampiamente documentato nelle basiliche francesi e tedesche sorte lungo le vie di pellegrinaggio. Un altro pregevole esempio di scultura è rappresentato dalle 24 colonnine del portico laterale, ornate di capitelli diversi tra loro che ci riportano alla fantasia propria dell’immaginario romanico.  L’interno doveva recare in origine una ricchezza di affreschi, alcuni dei quali sono rimasti in situ, altri staccati e conservati nel museo annesso, di recente costituzione. Sono ancora visibili, lungo la parete absidale, le figure di cinque santi che recano in mano un libro, mentre nel catino absidale vi è una scena di ascensione. Dei dipinti rimasti lungo le pareti perimetrali della chiesa, non tutti risultano comprensibili perché, a causa di un lungo abbandono, il muro est della chiesa cedette e venne ricostruito con lo stesso materiale crollato, così che gli affreschi in parte andarono persi ed in parte vennero sistemati in frammenti disordinati dalle maestranze inconsapevoli delle tecniche ricostruttive e conservative. Sarebbero stati invece di grande interesse per gli studiosi dal momento che dovevano essere frutto di una sintesi tra due repertori iconografici, quello derivante dalla tradizione religiosa occidentale con quello della tradizione greca ed orientale.
Gli edifici conventuali sopravvissuti alla distruzione sono stati in parte restaurati ed attualmente sono visitabili in quanto, oltre a conservare al loro interno alcuni affreschi staccati dalla chiesa, conservano un repertorio lapideo, espressione del Romanico pugliese, ed un museo di tradizioni contadine.

Anna Pia Giansanti - luglio 2010


Bibliografia

L. Carducci, Storia del Salento, Galatina 1993
Messito, Frisenna, Squinzano di tutto un po’, Trepuzzi 1999
Notizie di scavo in Rivista di Archeologia medievale.

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