Sole et luna

lug 16th, 2019 | scritto da | inserito in Asherah, Itinerari di Evus, Reportage, Scoperte di Evus

Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. Deposizione di Cristo dalla croce.

La chiesa di San Pellegrino a Bominaco, situata a circa trenta chilometri da L’Aquila risale all’età altomedievale e nel XII secolo risulta annessa all’abbazia benedettina di San Pellegrino e Santa Maria.  All’interno dell’edificio a pianta quadrangolare si conservano interessanti affreschi duecenteschi, tra cui interessanti scene della Passione di Cristo: opere d’arte caratterizzate da uno stile ancora bizantineggiante che tuttavia evidenziano uno straordinario effetto drammatico e plastico, riscontrabile in poche altre opere di maestri operanti nello stesso periodo nel centro Italia.

Oggi vorrei parlare in particolare di due di questi affreschi, che hanno colpito la mia attenzione per il forte simbolismo e per la struggente bellezza delle figure che vi sono rappresentate.
Si tratta dei due episodi della “Deposizione di Cristo dalla Croce” e della “Deposizione di Cristo al Sepolcro”.
In entrambe le scene Maria madre e Giovanni evangelista sono posti ai lati di Gesù, mentre al centro troviamo la figura di Maria Maddalena, caratterizzata da una tunica rossa e dal capo velato.

Analizziamo per prima la scena della deposizione dalla croce. Nelle opere d’arte di medioevo e rinascimento i protagonisti di questo episodio della passione sono solitamente Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. A Bominaco, invece, al posto di Nicodemo troviamo Maddalena, raffigurata significativamente al centro della scena, con il capo nimbato collocato esattamente tra i due bracci della croce dall’insolita forma di Y.
Osservando le espressioni e la gestualità dei quattro personaggi che circondano Gesù, si nota che il pathos è contenuto, che la sofferenza non è trattenuta ma è tuttavia misurata.  Nel suo insieme il sentimento espresso dai quattro personaggi addolorati è quello di una composta accettazione di ciò che doveva essere e non poteva non essere.
Mi colpisce anche il ruolo attivo (e non più solo contemplativo) di questa Maria Maddalena resa protagonista dell’azione e raffigurata quasi fosse un uomo, coraggiosa e forte, mentre con il braccio sinistro sorregge sotto l’ascella il pesante corpo di Gesù, ormai privo di vita. Non è un caso, a mio avviso, che la mano sinistra della donna sia poggiata proprio in corrispondenza del cuore di Cristo!
Poco più in basso vediamo Giuseppe d’Arimatea che cerca di aiutare Maddalena, facendo da contrappeso con la propria spalla e tenendosi in equilibrio con entrambi i piedi poggiati sulla scala a pioli.
Le labbra della discepola di Cristo sfiorano la guancia del suo maestro; i loro nimbi s’ intrecciano; il compassionevole volto di lei aderisce a quello di lui, in un contatto intimo che non ha nulla di profano; il gesto è simbolico e sembrerebbe alludere ad un ultimo mistico bacio d’addio.

Ciò che più colpisce la mia attenzione è il fatto che il corpo di Maddalena scompaia improvvisamente ed inspiegabilmente dietro quello di Gesù. La tunica rossa di lei arriva alla cintura di stoffa di lui e prosegue senza soluzione di continuità trasformandosi nella stoffa dello stesso colore che copre i fianchi e le gambe di Gesù fino alle ginocchia. Credo che questo effetto di dissolvenza e fusione della veste femminile in quella maschile, voglia rappresentare alchemicamente e simbolicamente l’unione dei due corpi, ovvero la realizzazione di un unico essere spirituale oltre la morte terrena.

Passiamo ora ad osservare la scena successiva, in cui si vede affrescato l’episodio della deposizione al sepolcro del Cristo morto.

Deposizione di Cristo al sepolcro. Bominaco. Oratorio di San Pellegrino.

Deposizione di Cristo al sepolcro. Bominaco. Oratorio di San Pellegrino.

Alle spalle di Gesù vediamo la stessa figura di Maria Maddalena, anche qui rappresentata con veste rossa e velo sul capo, mentre sostiene il corpo di Gesù con entrambe le mani e lo depone delicatamente nel santo sepolcro.
Anche in questa scena Gesù e Maddalena sembrano fondersi in un ultimo simbolico abbraccio.
Ai due lati Giovanni e Maria accarezzano amorevolmente le mani di Cristo, occupando gli stessi ruoli e le stesse posizioni dell’affresco precedente.
Pathos contenuto e accettazione consapevole caratterizzano ancora una volta le espressioni e i gesti dei tre personaggi che attorniano Cristo.
Davanti al sepolcro, in primo piano e un po’ fuori scena, siede un Arcangelo che regge nella mano sinistra lo scettro gigliato mentre il dito indice della destra punta verso i due protagonisti al centro dell’affresco…
Il forte simbolismo di questo affresco è palese anche per la presenza delle due colonne sullo sfondo, una rossa e l’altra bianca, al cui centro un vaso pende dal soffitto.
L’intimo abbraccio tra la figura maschile e quella femminile lascia supporre che l’artista (o forse il committente) abbia voluto alludere a quel fondamentale principio alchemico che viene chiamato l’unione di Sole e Luna, ovvero il ricongiungimento dei due principi maschile e femminile presenti in ogni essere, che per l’alchimista medievale si rendeva necessario per la realizzazione della grande Opera.

E a proposito dell’unione di sole e luna e del simbolismo alchemico medievale, vorrei riportare l’incipit di un famoso sonetto alchemico (attribuito a frate Elia, compagno amatissimo di san Francesco d’Assisi) che cominciava con queste simboliche parole: “Solvete i corpi in aqua, a tutti dico, Voi che cercate fare sole et luna… ” (v. in proposito gli interessanti lavori di Paolo Galiano)
Il famoso architetto frate Elia, per molti anni benvoluto sia alla corte del papa che dell’imperatore, fu anche un noto e apprezzatissimo maestro d’alchimia; purtroppo, in seguito alla scomunica che lo colpì per essere rimasto fedele a Federico II, fu soggetto ad una damnatio memoriae che avrebbe portato alla distruzione di molti suoi preziosi scritti e anche di molti sonetti alchemici originali a lui attribuiti.

Maria Maddalena penitenteA conclusione di questo articolo dedicato agli affreschi della passione di Cristo a Bominaco, vorrei aggiungere qualche notizia riguardo la figura storica di Maria Maddalena.
I racconti che la riguardano nei quattro vangeli sinottici sono frammentari e parlano di tre figure distinte.
La prima è Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro. La seconda è Maria di Magdala, la donna da cui Gesù avrebbe scacciato i sette demoni e alla quale si mostrò per primo dopo la resurrezione. La terza è  la peccatrice anonima che in casa del fariseo Simone unse i piedi di Cristo, li bagnò di lacrime, poi li baciò e asciugò con i propri capelli.
A riunire in un unico personaggio le tre donne descritte nel Nuovo Testamento fu Gregorio Magno.
Solo in seguito Maddalena finì per essere considerata una ‘meretrix’, ovvero una prostituta, e Pietro di Celles  nel 1183 parlò addirittura della sua ‘insaziabile lussuria’.
Fu così che a partire dal tardo medioevo nacque la figura della  penitente e della peccatrice redenta. Maddalena divenne una santa veneratissima, un modello da seguire e una via di salvezza per quelle donne che peccavano di lussuria e che, attraverso il pentimento, il digiuno e le privazioni della carne, potevano come lei essere redente. Qualunque donna si fosse posta sotto la sua protezione avrebbe riscattato la colpa di Eva.
Così il suo culto si diffuse capillarmente nell’Europa cristiana soprattutto tra XI e  XII secolo, periodo in cui l’abbazia di Vèzelay divenne un’importante meta di pellegrinaggio grazie alla presenza di una reliquia della santa.
Come siano giunte in Borgogna le reliquie di Maddalena resta un mistero, a meno che non si voglia credere alla leggenda apocrifa, secondo cui la santa avrebbe trascorso l’ultima parte della propria vita in Provenza, dopo aver lasciato la Palestina in seguito alla morte di Gesù, attraverso un viaggio per mare che la tradizione apocrifa vuole abbia affrontato insieme alla sorella Marta e al fratello Lazzaro.
La leggenda si basa sul testo la “Vita eremitica”  e parla di una Maddalena penitente, che terminò la propria esistenza vivendo da eremita in una grotta, nuda e ricoperta dai soli lunghi capelli. Il racconto agiografico confluì poi nella ‘Legenda Aurea’ di Jacopo da Varagine e, all’inizio del XIV secolo, ispirò vari artisti tra cui anche Giotto, il quale decorò la cappella dedicata a Maria Maddalena che ancora oggi si può ammirare nella chiesa inferiore della basilica di San Francesco di Assisi.

C’è un ultimo aspetto di cui vorrei parlare. L’attributo principale che ci permette di identificare il personaggio di Maria Maddalena nelle opere d’arte, è il vaso che la santa tiene sempre in mano, e che spesso è chiuso da un coperchio.  L’allusione è al recipiente con gli olii profumati che, come riferiscono i Vangeli, la donna portò al sepolcro la prima mattina dopo il sabato, ovvero in quel dies octavus corrispondente alla domenica cristiana, che è il giorno della resurrezione di Cristo. Io credo che il vaso che pende dal soffitto negli affreschi di Bominaco sia proprio il simbolico vaso contenente gli olii profumati.
Mi piace immaginare che quella mattina dopo il sabato Maria Maddalena si sia recata al sepolcro con il vaso pieno di una libbra di olio di lardo (corrispondente a 327 grammi), quello stesso raro, prezioso e costosissimo unguento con il quale, quella sera a casa di Simone, la donna aveva unto i piedi di Gesù durante la cena, dopo averli bagnati di lacrime ed asciugati con i capelli sciolti.
Un gesto altamente simbolico che può forse essere interpretato come atto di intimità mistica e spirituale, e forse anche come atto sacro di consacrazione da parte di un’iniziata.

di Antonella Bazzoli – 15 febbraio 2019