C’era una volta Angizia…

apr 29th, 2019 | scritto da | inserito in Antiquae gentes, Ritratto, Scoperte di Evus

il simulacro sfila per le vie del paese ricoperto da serpenti. Foto di A.Bazzoli.

A Cocullo, in provincia de L’Aquila, ogni primo giovedì di maggio si tiene una festa davvero unica nel suo genere, una festa dove la devozione religiosa si mescola al folklore popolare rievocando antiche tradizioni di origine italica.
Sto parlando della Festa dei Serpari, la cui origine risalirebbe addirittura all’arcaico culto dei Marsi per la dea Angizia.
Ciò non deve stupire. Con la diffusione del cristianesimo, infatti, i riti precristiani non furono subito abbandonati e spesso continuarono a sopravvivere per vari secoli, nella Marsica come altrove.
Fu così che il nuovo credo cristiano si diffuse nel corso del medioevo, spesso attraverso un lento e graduale processo di assimilazione, attecchendo più facilmente laddove nuove figure di martiri e santi seppero far propri gli attributi, i simboli e le tradizioni che erano già appartenuti in precedenza a divinità locali preesistenti.
Come nel caso di Cocullo, dove il culto medievale per San Domenico  – eremita originario di Foligno, vissuto tra Lazio e Abruzzo intorno all’anno 1000 – finì per sostituire definitivamente le ultime tracce di antichi culti precristiani come quello per la dea Angizia.
Il culto per questa divinità di origine frigia, venerata dal valoroso popolo dei guerrieri Marsi, si lega infatti al mondo ctonio dei serpenti e sembra ricollegarsi al rito ancora oggi praticato dai serpari di Cocullo all’inizio di maggio.
L’aspetto più spettacolare del corteo di  San Domenico è la presenza dei serpenti vivi trasportati in precessione sul simulacro del santo.
I rettili vengono catturati dai serpari negli ultimi giorni di aprile, quando è ancora facile trovarli nei boschi nei pressi delle loro tane. Essi sono ancora intorpiditi dal letargo invernale e i serpari li conservano per qualche giorno in sacchi di tela, dando loro da mangiare e riservando loro ogni attenzione in attesa della festa. Dopo la celebrazione religiosa del 1 maggio la statua del santo si ferma sul sagrato della chiesa ed è qui che i serpenti vengono sistemati intorno alla testa e al collo del simulacro.
Il corteo sfila quindi per le vie del paese mentre i rettili si muovono lentamente, attorcigliandosi e scivolando sinuosi, lungo le pieghe del nero manto o intorno alla barba e ai capelli posticci del santo. E’ ancora viva la credenza che dalle forme assunte dal groviglio di serpenti si possano trarre auspici sui futuri raccolti e sull’andamento della stagione agricola.
Dopo la festa, i rettili vengono riportati sani e salvi presso le stesse tane da cui sono stati prelevati, a dimostrazione del grande rispetto che i serpari di Cocullo hanno per i loro amici striscianti.

una folla di devoti e di pellegrini accoglie il simulacro all'uscita dalla chiesa

La folla dei turisti e dei devoti fotografa il simulacro del santo avvolto dai rettili. Foto di A. Bazzoli.

Nell’assistere da spettatori a questo impressionante rituale viene da chiedersi: perchè a Cocullo i serpenti sono considerati sacri e vengono addirittura benedetti, quando invece nella tradizione giudaico-cristiana il serpente è considerato simbolo della tentazione, a partire dall’episodio biblico del peccato originale?
Andando a scavare tra le consuetudini di quei popoli italici che un tempo abitavano queste zone montuose del centro Italia, scopriamo che il culto per i serpenti era qui praticato già prima che vi arrivassero i Romani, come dimostrano anche i vari ritrovamenti archeologici e diversi toponimi locali. Basti pensare al famoso manufatto della dea con in mano un rettile, rinvenuto nel bacino lacustre del Fucino, dove un tempo si trovava il grande lago presso le cui sponde gli antichi Marsi decisero di insediarsi.
Contribuisce a spiegare la familiarità e il rispetto che gli abitanti di Cocullo hanno per i serpenti anche il moderno toponimo Luco dei Marsi - dal latino lucus che sta a significare “bosco sacro” – con riferimento alla radura nel bosco dedicata ad Angizia, di cui parla anche Virgilio nell’Eneide.
Il comune di Luco dei Marsi fu un importante centro politico e religioso, e fu anche sede del santuario federale dei Marsi, fino a quando la guerra sociale degli inizi del I secolo a.C. – il cosiddetto bellum marsicum - portò alla nascita del municipio romano di Anxa-Angitia.

Sappiamo che gli antichi Marsi, guerrieri valorosi e lottatori imbattibili, vennero ingaggiati dai Romani come gladiatori per la loro forza. Sappiamo inoltre che per la loro abilità nell’utilizzare le erbe a scopo terapeutico e nel preparare antidoti e veleni, i Marsi divennero famosi anche come maghi e guaritori.

Il simulacro di san Domenico a Cocullo sfila in processione ricoperto dai serpenti. Foto di A. Bazzoli.

Parlando dei vari popoli impegnati nella battaglia tra Turno ed Enea, ecco come Virgilio descriveva un guerriero proveniente dalla Marsica: “Era gran ciurmatore e con gli incanti e col tatto ogni serpe addormentava. De gl’idri, de le vipere e de gli aspi placava l’ira, raddolciva il tosco, e risanava i morsi” (Eneide,VII, 1149-1153).
Secondo il greco Licofrone, e più tardi secondo Plinio il Vecchio, i Marsi avrebbero appreso i loro poteri taumaturgici dalla dea Circe, maestra per eccellenza nel manipolare le erbe e nell’incantare i serpenti. Tutto ciò contribuì ad accrescere la fama dei Marsi come guaritori e fu così che cominciò a diffondersi la leggenda che li voleva immuni dai morsi velenosi.
L’ antica arte di ammaestrare i rettili, trasmessa di padre in figlio attraverso i secoli, si sarebbe così conservata fino ai giorni nostri, seppure tra continui adattamenti e trasformazioni.

Innocuo esemplare di serpente, catturato dai serpari di Cocullo. Foto di A. Bazzoli.

Il legame tra la dea, la cultura marsica e il culto ofidico si chiarisce ulteriormente anche alla luce del mito. Tre erano le figlie di Eete: Angizia, Medea e Circe. Delle tre sorelle soltanto Angizia ricevette gli onori divini, in virtù della sua sapienza nell’arte della magia e  dell’utilizzo delle erbe a scopo terapeutico.
I poteri magici di Angizia furono cantati anche dal poeta abruzzese Silio Italico, il quale così scriveva: “Æetæ prolem Anguitiam, mala gramina primam monstravisse ferunt, tactuque domare venena, et lunam excussisse polo, stridoribus amnes frenantem, ac silvis montes nudasse vocatis” (Punicae,VIII, 498-501), che tradotto dal latino suona: “Angizia, figlia di Eete, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo, con le grida i fiumi tratteneva, e chiamandole spogliava i monti delle selve” .
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Antonella Bazzoli -  1 maggio 2009 (aggiornato il 29 aprile 2019)
Per approfondimenti: “Il ritorno dei serpari” di A. Bazzoli, pubblicato in “Medioevo”, n. 5 – 2010
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