Dea madre per l’umanità

feb 5th, 2014 | scritto da | inserito in Ritratto, Uomini e Miti

…e vidi davanti a me il disco della luna piena uscito dalle onde, splendente di bianco bagliore. Nel silenzio della notte, nel mistero di quella solitudine, improvvisamente sentii la sovrana maestà della dea, riconobbi che tutte le vicende umane sono governate dalla sua provvidenza, che gli animali domestici e selvatici, e anche gli esseri inanimati vivono in virtù del suo divino potere, in virtù della sua santa luce: tutto ciò che esiste sulla terra, e nel cielo, e nel mare, prende forza dal suo crescere, e la perde dal suo calare
L’immagine rasserenante della luna che, nell’oscurità silenziosa della notte, sorge dal mare nella sua candida pienezza, apre il celebre XI libro dell’Asino d’oro di Apuleio, capitolo fondamentale per la conoscenza del culto di Iside.
L’intensità poetica di un tale incipit esprime con tutta l’abilità del retore Apuleio quel profondo sentimento religioso che coglie il mistico nel momento in cui la divinità si rivela. E’ questo l’ attimo in cui le sventure di Lucio, protagonista dell’opera, trovano una soluzione nell’apparizione della Dea Iside che rappresenta in realtà tutte le dee senza identificarsi con nessuna.
La dea celebrata dallo scrittore, accolta non senza difficoltà nel mondo romano, appare ben diversa da quella originaria nata in seno alla cultura egizia: essa è piuttosto il frutto di un complesso processo di sincretismo avvenuto nel periodo successivo alle conquiste di Alessandro Magno e alla costituzione di un Egitto guidato da una dinastia greco-macedone. Confrontandosi con una cultura religiosa tanto antica e salda il mondo ellenistico non poteva fare altro che tentare di assorbirne e rielaborarne i fondamenti.
Nella versione egizia del mito Iside è direttamente connessa con l’origine stessa dell’universo, visto che appartiene a quella generazione divina che, emersa dalla creazione, introduce l’avvento del regno degli uomini. La sua vicenda è incentrata sul tema della passione prefigurando così, nella sfera del mito, la sorte che attende i mortali.
Con il fratello Osiride, suo sposo, costituisce l’archetipo della coppia regale, che viene poi spodestata dal male. La sposa Iside sperimenta così il dolore della perdita, nel momento in cui il fratello Seth, incarnazione di tutto ciò che è negativo, le uccide il marito e ne smembra il corpo.
La vedova Iside ne deve quindi ricomporre le membra e divenire madre di Horus, che il mondo greco-romano conosce come Arpocrate. Sarà lui a riprendere il regno, contendendolo all’usurpatore Seth.
Rispetto a questa tradizione la figura dell’Iside ellenistica sembra ampliare la sfera delle sue prerogative dall’ambito regale fino a comprendere con il suo interessamento e amore l’intero genere umano.
Essa finisce così per essere assimilata alle diverse divinità femminili, come la dea Demetra che disperata ricerca la figlia rapita, o Afrodite, nella sua veste di garante dell’amore coniugale, e persino la dea-gatta egizia Bastet, protettrice della maternità.
L’universo stesso e con esso la società degli uomini traggono da Iside la stabilità del proprio ordine in quanto essa non è sottoposta all’inesorabilità del fato come le altre divinità, ma ne è l’artefice.
Non è un caso che l’invocazione alla dea è nell’Asino d’Oro di Apuleio rivolta alla provvidenza, nuova concessione che la divinità offre agli uomini di modificare l’andamento del proprio destino. Se la religione tradizionale rappresentava la dea Fortuna come cieca, è proprio la speranza che permise al culto di Iside di diffondersi e fare adepti tra le classi popolari, tra gli schiavi, i liberti e naturalmente tra le donne.
Ai fedeli infatti veniva offerto l’esempio di una divinità come Osiride, che muore e poi risorge, ma soprattutto di Iside che in sé racchiude la perfetta rappresentazione del femminile in quanto dea della compassione, della speranza ma soprattutto della forza generatrice insita nella maternità.
La straordinaria capacità persuasiva di un simile messaggio fece di questa religione “egiziana” un’alternativa possibile allo stesso cristianesimo nascente. La sua diffusione avvenne quindi nonostante un’opposizione decisa e ripetuta nel tempo da parte della classe dirigente romana riuscendo ad interessare anche i ceti più elevati e non solo quelli popolari degli schiavi e dei liberti, come era avvenuto all’inizio.
E il ripetersi dei tentativi imperiali di frenarne il culto possono in questo senso costituire una conferma del successo che la dea aveva raggiunto nei più diversi ambiti sociali ma soprattutto a livello geografico.
Sul finire del II sec. d.C. si moltiplicano i ritrovamenti archeologici in Italia che attestano l’adesione alla religione isiaca di un numero crescente di fedeli. Tali rinvenimenti appaiono numerosi e comprendono una grande varietà di classi di appartenenza e materiali, includendo bronzetti, gemme, amuleti che la rappresentano insieme ad oggetti rituali come le situle o i sistri.
Se i primi siti di attestazione e quindi d’ingresso del culto isiaco nella penisola sono stati individuati all’interno di città portuali è chiaro che esso si diffuse anche verso le regioni più interne, spesso seguendo le vie di comunicazione: i mercanti con le loro merci esotiche si trovarono a portare una risposta salvifica, nel nome di Iside e delle divinità egizie, alle popolazioni italiche.
Sarebbe quindi necessario tornare ad analizzare la ricca documentazione archeologica nel contesto italiano, con l’obiettivo di individuare i luoghi e i tempi dell’affermazione di una religiosità egizia e l’eventuale presenza di veri e propri santuari. In tal modo sarebbe possibile ricostruire la mappa delle principali vie di diffusione del culto.

Bibliografia:

M.CIPOLLONE, Necropoli in località Vittorina a Gubbio in Notizie degli scavi di Antichità Serie IX vol.XI-XII 2000-2001.
F.COARELLI, Iside in Il rito segreto, misteri in Grecia e Roma a cura di A.Bottini, Electa 2005.
N.GRIMAL, Storia dell’antico Egitto 1990 Laterza. Iside, il mito il mistero la magia a cura di E.A. ARSLAN.
APULEIO, Metamorfosi (L’asino d’oro), a cura di Marina Cavalli, Arnoldo Mondatori Editore. 1988 Milano.

Ambra Antonelli 18 agosto 2008
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