Ecate, fonte d’acqua dell’anima cosmica

giu 7th, 2019 | scritto da | inserito in Antiquae gentes, Asherah, Ritratto, Scoperte di Evus, Simbolica-mente

Come riferisce Esiodo, la dea Ecate estendeva il proprio potere sulla terra, sulle scintillanti acque del mare e nel cielo stellato (Esiodo, Teogonia, 411,452).
L’ aspetto triforme della dea viene invece spiegato da Ovidio con queste parole: “Vedi i volti di Ecate orientati in tre direzioni, affiché possa sorvegliare gli incroci a tre vie” (Fasti, I , 141-142).
Una delle funzioni della divinità di origine orientale era infatti quella di proteggere le vie e le entrate della città e per questo motivo il suo simulacro veniva posto in corrispondenza di porte, trivi e incroci di strade.
Plutarco invece identifica la dea con la luna, associando il suo triplice aspetto ai complessi moti lunari: Ecate prenderebbe in cielo l’aspetto di Selene, come luna piena che vive di luce riflessa; sulla terra diverrebbe Artemide, come ultima falce lunare; mentre negli inferi sarebbe Persefone, nel suo aspetto di luna nuova.
La divinità una e trina veniva venerata nell’antica Grecia e in altri centri dell’Asia Minore. In un antico oracolo caldaico era addirittura definita “fonte d’acqua dell’anima cosmica”, con un’accezione sacra estremamente mistica e positiva.
Alla dea fu successivamente attribuito anche un potere vitale su tutti gli elementi, incluso il potere di rianimare i morti. E fu proprio in virtù di questo suo stretto legame con il mondo sotterraneo che Ecate finì purtroppo per essere associata alla magia, alla stregoneria e al mondo demoniaco, da cui il termine “ecatombe” che deriva appunto dal suo nome.
La sua figura una e trina cominciò così ad essere non solo invocata, ma anche temuta, in una duplice accezione di venerazione e demonizzazione che rispecchia la complessità e per certi versi anche la contraddittorietà del concetto di donna nel medioevo.
L’iconografia della triplice dea sopravvisse attraversi i secoli, come possiamo verificare osservando la famosa scultura in bronzo delle “tre portatrici d’acqua” di Perugia. Mi riferisco all’opera medievale che si erge all’apice della  Fontana Maggiore , realizzata nel 1278 da Giovanni e Nicola Pisano sotto la direzione dei lavori di Fra Beviate e su committenza del potente comune guelfo perugino.
Tre eleganti figure femminili sorreggono insieme una grande anfora, che raccoglie l’acqua corrente per riversarla poi nelle tre vasche sottostanti: la superiore in bronzo e le due inferiori in pietra, creando una struttura architettonica tripartita verticalmente, di tipo concentrico e piramidale.
La triade femminile all’apice del monumento presenta fattezze classiche e sembra quasi ruotare su se stessa, dando l’illusione di un’armonica danza circolare. Le sei braccia sono poste ad angolo, con le destre poggiate sul fianco e le sinistre piegate in alto a sostenere il grande vaso centrale, rievocando l’aspetto multiforme di una dea Kali orientale.
Le tre figure, addossate schiena a schiena e bagnate dall’acqua che fuoriesce dal grande vaso, fanno certo pensare a come il femminino sacro e l’elemento acquatico si associno perfettamente, ma allo stesso tempo suggeriscono che quest’ opera bronzea abbia in qualche modo voluto rappresentare un collegamento simbolico tra la terra e il cielo, un punto d’unione tra la materia terrena e lo spirito celeste.

Qualcuno ha ipotizzato possa trattarsi di un’allegoria della trinità cristiana. Personalmente non sono d’accordo. Confrontando infatti questo soggetto con altre iconografie trinitarie trecentesche, come ad esempio quella affrescata sulla facciata della chiesa perugina di San Pietro a Perugia, o quella che si trova nella piccola chiesa di Sant’Agata, sempre nella stessa città (v. foto), appare evidente che nel tardo medioevo il concetto trinitario veniva sì rappresentato da un personaggio simbolico a tre teste (o trifronte), ma di genere maschile e non certo femminile!

La figura maschile, una e trina, rappresenta il concetto trinitario e si trova a Sant’Agata a Perugia

L’opera bronzea della Fontana Maggiore (il cui originale è oggi conservato nella Galleria Nazionale dell’Umbria) è invece un’allegoria tutta al femminile che non può essere letta, a mio avviso, in chiave trinitaria.
Se proprio si vuol dare un significato cristiano alle tre figure allegoriche, suggerirei piuttosto un confronto con la personificazione delle tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, quasi sempre affrescate o scolpite con fattezze femminili dagli artisti medievali.

La Trinità di San Pietro a Perugia è rappresentata da una figura a tre teste

Un significativo confronto in tal senso può essere fatto tra l’opera bronzea di Perugia e la scultura che si trova nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, pure realizzata dai Pisani nel 1273.
Si tratta di un’ acquasantiera a base esagonale, formata da tre figure ricavate da un unico blocco di marmo, che il Vasari attribuiva a Giovanni Pisano, ma che la critica più recente tende ad attribuire al padre Nicola.
Nell’opera di Pistoia le tre personificazioni rappresentano le virtù teologali che  recano in mano i rispettivi attributi: un ramo di palma (la fede), uno stelo di giglio (la speranza) e un vaso fiammeggiante (la Carità, o Amore divino).
Sopra di esse vi è un bacile sagomato da cui sporgono altre quattro mezze figure, sempre femminili, che rappresentano le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.

Ancor più convincente è però il confronto della scultura perugina con l’iconografia classica della dea Ecate, confronto proposto per la prima volta da Khatrine Hoffmann-Curtius nel lontano 1968.
L’ ipotesi della studiosa tedesca è confermata, a mio avviso, dall’analisi iconografica di alcuni reperti archeologici raffiguranti Ecate, che fortunatamente si sono conservati fino a noi.
Tempo fa, osservando una statuetta in alabastro della triplice dea, esposta nel museo di Chiusi, mi è apparso evidente che si tratta dello stesso soggetto iconografico delle “tre portatrici d’acqua” realizzate dai Pisani nel tardo medioevo.
Ulteriore conferma la trovai osservando un bronzetto votivo di Ecate conservato nel museo di S. Caterina a Treviso, esposto in occasione di una mostra a Rimini.
Concludendo si può ipotizzare che le due sculture, realizzate dai Pisani rispettivamente a Perugia e a Pistoia nello stesso decennio del XIII secolo, abbiano avuto come modello di riferimento lo stesso soggetto iconografico, ereditato dalla cultura classica, raffigurante la dea Ecate triforme.
Un modello iconografico di antica memoria che, come molti altri, sarebbe stato in seguito assorbito dal nascente credo cristiano, per essere riadattato attraverso quel tipico processo sincretico che si rivelò vincente per la diffusione e l’attecchimento della nuova fede.
Difficile è tuttavia stabilire se i committenti e gli artefici della fontana di piazza di Perugia, che rappresentarono con eleganti ed armoniche fattezze classiche le “tre portatrici d’acqua”,  fossero consapevoli del complesso simbolismo della triplice dea, la cui immagine trina era talmente sacra da essere definita “fonte d’acqua dell’anima cosmica”.

 

La divinità ha un aspetto trimorfo proprio come la scultura bronzea della Fontana Maggiore di Perugia

 

Antonella Bazzoli – 1 giugno 2009, aggiornato il 21 luglio 2017

Da leggere:

Chi dice acqua, dice donna” articolo di A. Bazzoli, pubblicato su Medioevo, Anno XIII n.6 – giugno 2009, pagg. 88 – 95

Das Programm der Fontana Maggiore in Perugia di K. Hoffmann-Curtius, Rheinland-Verlag, Duesseldorf, 1968

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