L’arcangelo dai mille volti

mag 5th, 2020 | scritto da | inserito in Apocalypsis, Scoperte di Evus

L’arcangelo Michele raffigurato in veste di combattente

Nel Vecchio Testamento l’Arcangelo Michele è il condottiero delle milizie celesti.
Il profeta Daniele lo descrive come “il primo dei principi e il custode del popolo di Israele” (Daniele 10,13).
Nell’episodio biblico dell’assedio di Gerico lo troviamo armato di spada mentre si presenta a Giosuè con  il titolo di “principe dell’esercito del Signore” (Giosuè 6,14).
Nel giardino di Eden lo incontriamo nuovamente, con la sua spada fiammeggiante, in veste di guardiano dell’Albero della Vita (Genesi 3, 24).
Lo incontriamo pure nel libro dell’Apocalisse, questa volta alla guida degli angeli impegnati nella battaglia contro il demonio. Il combattimento viene descritto con queste parole: “E in cielo scoppiò una guerra: Michele e i suoi Angeli combattevano contro il drago e gli Angeli suoi, ma non prevalsero e nel cielo non vi fu più posto per loro. E il grande drago, l’antico serpente, che chiamiamo Diavolo o Satana e che seduce il mondo intero, fu precipitato sulla terra con tutti gli angeli suoi” (Apocalisse 12, 7-9).
Tutte queste descrizioni in cui Michele è in veste di  combattente ci fanno comprendere perchè fin dall’alto medioevo l’arcangelo veniva considerato il protettore degli eserciti in terra, tanto che a invocare il suo aiuto in battaglia erano sia le truppe longobarde che quelle bizantine!
Da protettore d’Israele e custode del Paradiso, Mikael andò via via ampliando le proprie prerogative fino a comprenderne alcune che in realtà non troviamo descritte nelle Sacre Scritture, ma che derivano piuttosto da apocrifi del Vecchio Testamento.

Mikael nel ruolo di santo sauroctono

Ad esempio la funzione di psicagogo (ovvero di “accompagnatore delle anime”) sembra derivargli dalla tradizione apocrifa in cui è descritta la lotta tra l’arcangelo e Satana per contendersi il corpo di Mosè.
Nel testo apocrifo “Vita di Adamo ed Eva” l’arcangelo Michele ha il compito di insegnare a coltivare la terra ad Adamo e poi di accompagnare in cielo il primo uomo dopo la sua morte terrena [1].
Una funzione dunque di traghettatore delle anime a Dio che trova conferma anche nel vangelo di Luca, laddove nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro si legge: “Un giorno il povero (Lazzaro) morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo” (Luca 16-22).
Tale ruolo di guida del defunto nel viaggio verso l’aldilà, spiega peraltro perchè l’arcangelo finì per essere associato anche all’episodio della morte di Maria. In molti affreschi medievali si vede un angelo con la palma in mano: si tratta di Michele che annuncia alla Vergine l’evento imminente della sua morte. Tale episodio non si trova nei vangeli sinottici ma deriva anche in questo caso da testi apocrifi che descrivono la morte e l’ascesa al cielo della madre di Cristo circondata dagli apostoli (Dormitio Virginis).

Tra i tanti ruoli rivestiti dall’arcangelo Michele vi è poi quello importantissimo di angelo psicopompo (ovvero “pesatore delle anime”).
In tale veste lo troviamo spesso raffigurato nelle opere d’arte con la bilancia in mano, strumento simbolico dal duplice significato che da un lato rappresenta la giustizia e dall’altro la misericordia divina.
Si tratta di un’ iconografia di origine copta che deriva evidentemente dall’antica religione egizia, in cui il dio Toth presiedeva alla cerimonia della pesatura del cuore (la cosiddetta psicostasia), consentendo così al defunto di accedere nell’aldilà.

Di origine copta è anche l’iconografia che vede Mikael nelle vesti dell’eroe sauroctono, l’ uccisore del drago, il trionfatore sul “serpente antico”.
Drago che nell’immaginario medievale rappresentava il male e le calamità in senso lato, incluse malaria, peste, eresie e catastrofi naturali come alluvioni ed esondazioni tipiche di aree lacustri o fluviali paludose e non bonificate.
Ecco perchè a volte nelle opere d’arte troviamo il culto micaelico associato ad altri culti per santi locali sauroctoni che trionfano sul pestifero drago.

San Felice uccide il drago, simbolo di malaria e inondazioni, e l’arcangelo Michele lo protegge. Rilievo romanico dalla chiesa di San Felice di Narco in Valnerina.

Pensiamo ad esempio alla scena descritta nei rilievi romanici scolpiti sopra il portale di una chiesa umbra intitolata a San Felice di Narco in Valnerina: qui un drago uscito dalla grotta viene sconfitto da San Felice armato d’ascia, mentre alle sue spalle si vede l’arcangelo Michele che lo guida e lo protegge.

Sono molti i santi sauroctoni che si legano alla storia locale. Pensiamo solo a San Mamiliano che scaccia dall’isola di Montecristo il drago gettandolo in mare, o a San Marcello di Parigi che sconfigge il dragone merovingio.
Ma forse l’iconografia più conosciuta relativa all’eroe sauroctono è quella del santo cavaliere  Giorgio , conosciuto e venerato in tutta Europa per aver sconfitto il drago che minacciava la principessa, e per aver convertito al cristianesimo un intero villaggio che viveva nel terrore a causa del mostro lacustre[2].

La figura, solenne e ieratica, regge un’asta e un globo crocesignato. L’affresco si trova a Spoleto, nella cripta di San Ponziano. Foto A. Bazzoli

Diversa è invece  l’iconografia dell’arcangelo nell’arte bizantina. Qui generalmente l’angelo non viene raffigurato nell’atto di uccidere il drago, né tantomeno con la bilancia in mano.
Solitamente lo si vede indossare gli abiti del dignitario di corte, come il loros, abito nobiliare caretteristico della corte di Bisanzio, costituito da una tunica in porpora con fascia inferiore dorata e riccamente decorata a quadretti policromi.
Spesso l’arcangelo di derivazione bizantina è appoggiato ad una lancia o ad un bastone, altre volte regge un’asta con funzione di scettro regale nella destra e un labaro nella sinistra. I suoi piedi possono calzare stivaletti rossi e poggiano in genere su un cuscino a ricordare la regalità di cui Mikael è investito.
Interessante è anche notare che l’angelo, il cui volto è quasi sempre giovane e in posizione frontale, ha un aspetto solenne e ieraticamente statico, in linea insomma con i canoni dell’arte bizantina. Così raffigurato lo troviamo ancora nel tardo medioevo, soprattutto nelle aree geografiche rimaste più a lungo sotto l’influenza greca dell’Impero d’Oriente.
Tuttavia tale iconografia di derivazione bizantina la si può trovare curiosamente anche in aree di influenza longobarda, come a Spoleto, dove  nella cripta romanica di San Ponziano si può ammirare un bellissimo ritratto dell’arcangelo, le cui ali aperte somigliano a fiamme di fuoco, che regge un’asta nella mano destra ed un globo crocesignato nella sinistra.

Antonella Bazzoli – 7 ottobre 2011 (aggiornato il 4 maggio 2018)

 


[1] “Il Signore dell’Universo dal santo trono su cui era seduto stese le mani in questo modo e sollevò Adamo per consegnarlo all’arcangelo Michele con queste parole: – Portalo su nel paradiso fino al terzo cielo e lasciavelo fino a quel giorno grande e terribile che riservo al mondo. Allora Michele sollevò Adamo e lo lasciò dove Dio gli aveva detto”.  Apocrifi dell’Antico Testamento Volume II a cura di Sacchi P. ed. TEA 2002

[2] La scena del cavaliere che trafigge il mostro si sviluppa piuttosto tardi nel medioevo, attraverso la “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine.  Essa rappresenta la vittoria sul “serpente antico”, il trionfo di Cristo sul male, derivando al contempo da antichi miti precristiani, come quello egizio che vede Horus a cavallo mentre uccide il coccodrillo Seth, e come quello in cui Ercole sconfigge l’Idra nella seconda delle sue fatiche.

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