Bonvicino e i flagellanti

ago 20th, 2018 | scritto da | inserito in la Croce e la Spada, Racconti di Evus

Particolare di affresco raffigurante l’eremita Bevignate. Foto A. Bazzoli

Anno del Signore 1260. Era il 3 di maggio ed il sole era già alto sopra l’orizzonte mentre Bonvicino si aggirava intorno alla nuova chiesa, i cui lavori architettonici erano ormai giunti a conclusione. Fra Bonvicino era originario di Assisi, ma ora viveva a Perugia con il titolo di praeceptor e tutti gli dovevano obbedienza all’interno della domus templare.
Osservando esternamente la cortina muraria risultava evidente che a costruirla erano state le stesse maestranze che avevano realizzato anche le vicine chiese di Santa Maria di Monteluce e di Santa Maria di Valdiponte. L’imponente ed austero edificio somigliava più a una fortezza inespugnabile che ad una chiesa. Sorgeva al posto dell’antico sacello di san Girolamo, l’ antico oratorio presso il quale l’ eremita Bevignate aveva vissuto molto tempo prima operando miracoli.  L’interno del nuovo edificio, caratterizzato da un’unica navata a pianta quadrangolare, ricordava al templare Bonvicino la semplicità architettonica di certe cappelle edificate dai suoi confratelli in Terrasanta. Il frate di Assisi era soddisfatto di come procedevano i lavori. Sul retro dell’edificio, presso il pozzo dall’ampia vera ottagonale, un muratore stava attingendo l’acqua per impastare la calce. “Tutto riflette la povertà e il rigore della nostra regola – disse Bonvicino al mastro costruttore – i lavori sono a buon punto e fra poco arriverà la mensa marmorea che ho chiesto formalmente ai canonici della cattedrale”. Il progetto era stato avviato solo quattro anni prima e la nuova chiesa di Sancti Benvegnatis sarebbe andata ad aggiungersi alle già numerose proprietà della precettoria templare perugina: la Domus militie templi sanctorum Iustini et Ieronimi, i cui possedimenti arrivavano anche nelle diocesi di Assisi, di Gubbio e di Nocera Umbra.

A quell’ora un fascio di luce penetrava attraverso la grande bifora dell’abside. Il sole avrebbe continuato ad illuminare la chiesa fino al tramonto, quando la luce sarebbe entrata da ovest attraverso il rosone della facciata. Fra Bonvicino cominciò ad immaginare gli affreschi che presto avrebbero ricoperto le pareti interne: dietro l’altare avrebbe fatto dipingere i simboli dei quattro evangelisti e il Redentore sulla croce sarebbe stato affiancato da Giovanni e da Nostra Signora, né sarebbero mancati almeno due episodi della vita di san Bevignate. Maria Maddalena sarebbe stata affrescata ricoperta dai suoi lunghi capelli, proprio come trentacinque anni prima il pittore Bonamico l’aveva raffigurata nella chiesa perugina di San Prospero. Anche sulla parete di controfacciata fra Bonvicino avrebbe fatto affrescare l’intonaco decorato a finti conci, magari con episodi ispirati alla vita dei Templari in Terrasanta, da un lato cavalieri crociati in battaglia e dall’altro monaci vestiti di bianco in un monastero circondato da palme e leoni.

Ritratto di flagellante (forse Raniero Fasani?) affrescato nella chiesa templare di San Bevignate a Perugia. Foto A.Bazzoli

Improvvisamente fra Bonvicino fu distolto da un canto che si udiva in lontananza. Si voltò e vide un piccolo corteo che si avvicinava a lui. A capo della processione riconobbe l’eremita francescano Raniero Fasani, nudo dalla cintola in su, come gli uomini che lo seguivano. L’eccentrico gruppo procedeva a torso nudo con soltanto un telo legato sotto i fianchi, ciascuno di loro reggeva con la destra il flagellum colpendo le spalle e la schiena e improvvisando rozzi canti che annunciavano l’apocalisse. Bonvicino vide il sangue fresco che usciva dalle ferite provocate dai flagelli. Pensò che gli sarebbe piaciuto inserire quella processione tra gli affreschi che da lì a poco avrebbero decorato le pareti interne dell’abside. Ma poi si ricordò che quei penitenti rischiavano una condanna per eresia, poiché le loro idee somigliavano molto a quelle dei gioachimiti e degli spirituali.
Fra Raniero salutò il precettore con queste parole: “Pace e bene fratello. Siamo qui per diffondere tra gli uomini la pratica della disciplina spirituale e della flagellazione. “Pace a te fratello – rispose il templare – ti ho sentito intonare un canto lugubre che profetizza l’ormai prossima fine del mondo. Fa attenzione Raniero, sono idee che non piacciono al nostro pontefice. Ricordi la commissione di cardinali che Alessandro IV convocò quattro anni or sono per condannare gli scritti di Gioacchino da Fiore? Da allora le cose non sono cambiate e c’è sempre il rischio che le tue idee possano essere giudicate eretiche”. Fra Raniero alzò al cielo con entrambe le mani il flagello macchiato di sangue e disse con sguardo estasiato: “Il nostro santo Bevignate mi è apparso in sogno ordinandomi di rendere pubblica la penitenza che fino ad oggi avevo svolto di nascosto e in solitudine… di chi e di che cosa dovrei avere paura?” La risposta piacque al precettore e così, messo da parte ogni timore, Bonvicino tornò ad immaginare l’affresco da collocare nell’abside: in alto un grande Giudizio universale con Cristo e gli apostoli, e in basso gli eletti che sarebbero saliti in paradiso, tra cui naturalmente anche i monaci dell’ordine templare. Al centro della parete immaginò la scena della resurrezione della carne con i corpi che fuoriuscivano dai sarcofaghi, e nel registro inferiore non sarebbe mancato il corteo di flagellanti guidato da Raniero Fasani. Bonvicino avrebbe fatto affrescare i penitenti ad altezza d’uomo, affinché chiunque guardandoli, potesse riconoscerli e vi si potesse identificare.

“Siate i benvenuti – disse Bonvicino ai flagellanti – a partire da domani giungeranno in molti dalla città e da tutto il contado”.  Per due settimane, a partire dal giorno seguente, ogni attività lavorativa sarebbe stata sospesa. Così decretava l’ordinanza del podestà di Perugia il quale aveva deliberato, in via del tutto eccezionale, di concedere alla cittadinanza quindici giorni di ferie straordinarie! I festeggiamenti in onore di Bevignate sarebbero durati fino al 19 di maggio. “Potete restare presso di noi per tutta la durata delle ferie – continuò il precettore rivolgendosi ai flagellanti – e da qui partirà la processione che nel nome di Bevignate raccoglierà dietro di sè migliaia di fedeli”. Il precettore sapeva che di giorno in giorno stava crescendo il consenso verso la nuova disciplina di Fasani. E pensò che grazie a quelle ferie straordinarie la processione dei penitenti sarebbe potuta partire proprio dalla nuova chiesa intitolata a San Bevignate. Già immaginava il corteo procedere verso la domus templare di San Giustino d’Arna, e poi verso Gubbio, e certamente più a nord, lungo le vie del pellegrinaggio cristiano. Fra Bonvicino intuì che il movimento si sarebbe diffuso rapidamente e infatti sempre più penitenti si unirono al gruppo dei flagellanti man mano che questi procedevano verso nord, arrivando a toccare le terre della Germania, della Boemia e della Polonia. Il movimento di Fasani avrebbe coinvolto anche i laici, e persino le donne e i bambini, dando vita a gigantesche processioni di decine di migliaia di persone! Ma i giorni del fervore mistico collettivo non sarebbero durati a lungo. Questo Bonvicino non lo sapeva ancora ma neanche un anno dopo, nel gennaio del 1261, papa Alessandro IV avrebbe proibito questa usanza pubblica, ormai divenuta un fenomeno incontrollabile, proprio come il frate templare per un attimo aveva temuto.

“Fra Bonvicino – disse Fasani – parlerai con il Santo Padre affinché venga canonizzato il beatissimo Bevignate?”
“Farò tutto ciò che è in mio potere per ottenere l’avvio del processo di canonizzazione – rispose Bonvicino – il Podestà invierà la sua richiesta ufficiale tra pochi giorni, e credo che la politica filoguelfa di Perugia farà andare tutto per il meglio”.
Le capacità politiche e diplomatiche del precettore templare erano note a tutti. Grazie ad esse il monaco era stato persino investito dell’importante carica di cubicularius presso il papa.
“Anch’io sono certo che Bevignate verrà inserito nella schiera dei santi – aggiunse fra Raniero – Alessandro IV ti deve molto, tutti sanno che è per merito tuo se il conflitto tra Pisa e Genova si è risolto pacificamente”.
Solo tre anni prima, infatti, il precettore della domus perugina aveva partecipato ai negoziati di Viterbo, concludendo positivamente un importante incarico diplomatico: alle opposte fazioni di Ospitalieri e Templari che si trovavano allora in Sardegna (i primi alleati con Genova e i secondi con Pisa), papa Alessandro aveva ordinato di ristabilire l’ordine prendendo possesso di S.Igia ed estromettendo sia i Genovesi che la difendevano, sia i Pisani che la combattevano.

Particolare del Giudizio Universale con templari che escono dai sarcofaghi e poi procedono in corteo, pregando con le braccia al cielo, verso il Paradiso degli Eletti (foto A. Bazzoli)

Purtroppo fra Bonvicino e fra Raniero non sapevano ancora che il loro sogno non si sarebbe mai avverato: nonostante i tentativi dei Perugini, che per quasi cinquant’ anni avrebbero continuato in ogni modo a chiedere la canonizzazione, la Santa Sede avrebbe infatti puntualmente evitato di accogliere le richieste, e a nulla sarebbe servito l’appoggio dei Templari al Comune di Perugia.

La campana del monastero suonò l’ora sesta. Fra Bonvicino invitò il gruppo dei penitenti a fermarsi per il pranzo. Il pasto si sarebbe svolto come sempre nel più rigoroso silenzio. Ma quel giorno sulla mensa dei monaci templari non sarebbe mancata la carne. Infatti, nonostante il divieto dettato dalla regola, che rifletteva lo spirito di astinenza di quella cistercense, Fra Bonvicino avrebbe permesso in via del tutto eccezionale, di consumare carne tre volte in una settimana.
Il duro ritmo di vita imposto ai fratelli coinvolti nella costruzione della chiesa, poteva infatti essere paragonato a quello dei soldati impegnati in Terrasanta, gli unici tra tutti i fratelli del Tempio ad avere il privilegio di consumare carne.

di Antonella Bazzoli – 20/08/18

Rivisitazione de “Il Templare e il flagellante” di Antonella Bazzoli, in Fuaié n. 6 Giugno 2005

 

 

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