Francesco e Federico II, un disegno di pace 8 secoli fa

In un momento di crisi e incertezza, come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia, diventa difficile prevedere cosa potrà accadere nei prossimi anni. il futuro appare a tratti minaccioso e ciò rischia di farci perdere la speranza e l’ottimismo.
Eppure, io credo, è proprio nei momenti più critici che occorre armarsi di coraggio per superare il senso di incertezza e di impotenza.
Possiamo creare nuove e sane abitudini a partire dal  nostro piccolo. Possiamo impegnarci per rimanere attivi e creativi, senza cadere nella trappola dell’inazione o, peggio ancora, dell’apatia. E possiamo sostenerci gli uni con gli altri, restando aperti, uniti e solidali,
E’ con questa intenzione che propongo questo articolo, frutto di una mia recente ricerca, augurandomi che possa essere d’ aiuto a superare le paure e le incertezze del nostro presente.
Come semi rimasti a lungo sotto terra, ma sempre pronti a germogliare al momento opportuno, alcuni eventi della nostra storia passata possono improvvisamente riemergere dall’oblio, per tornare a indicarci  la via da intraprendere.
Un seme di cui voglio parlarvi oggi ci è stato lasciato ottocento anni fa da un uomo simile a Gesù , tanto da essere chiamato l’Alter Christus. Un uomo così famoso che non ha bisogno di presentazioni: il suo nome è Francesco d’ Assisi.
Un secondo seme, ugualmente vecchio di otto secoli, ci è stato invece lasciato in eredità dal potente sovrano “illuminato”  Federico II, l’imperatore che cercò di costruire la pace tra popoli di etnia e religione diversa nel nome dell’unico Dio. Egli riuscì in parte nel suo intento realizzando una pace tra Oriente e Occidente durata dieci anni al tempo delle Crociate, in un periodo storico caratterizzato da epidemie, guerre, paure e incertezze.
Era il 17 marzo del 1229 quando Federico II riconquistò Gerusalemme, e vi riuscì pacificamente, evitando battaglie, morti e distruzioni. La pace tra Oriente e Occidente fu siglata dal sovrano svevo soltanto con le armi della cultura, dell’amicizia e della diplomazia. La storia che vi racconto oggi è ambientata in Terrasanta, nel Regno latino di Gerusalemme, negli anni che vanno dal 1219 al 1229.
Non è un racconto a lieto fine, poiché purtroppo la pace da lui realizzata non fu duratura.
A distanza di otto secoli, quei due semi di pace, lasciati rispettivamente da san Francesco nel 1219 e da Federico II circa dieci anni dopo, ci trasmettono ancora oggi messaggi di  speranza che mi auguro possano esserci d’aiuto per superare l’incertezza del nostro presente
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Tutto cominciò nel giugno del 1219, quando l’umile frate Francesco lasciò Assisi per imbarcarsi da Ancona su una nave crociata diretta in Siria.
Il regno latino di Gerusalemme era ormai ridotto ad un’esigua fascia costiera e la Città Santa  che il Saladino aveva occupato nel 1187, restava ancora in mano ai Saraceni. Scopo delle Crociate era dunque riconquistare Gerusalemme e i luoghi della cristianità.
Nella capitale del regno latino, San Giovanni d’Acri, ad attendere Francesco nel porto c’era frate Elia, sapiente uomo di scienza ed abile diplomatico che dopo la morte del santo suo amico, avrebbe progettato e seguito i lavori della doppia chiesa di Assisi intitolata a Francesco.
Era stato proprio Francesco, nel 1217, ad inviare Elia così lontano, esattamente due anni prima, nominandolo “Ministro di Siria e d’Oltremare”.
Non fu certo un caso, io credo, che la partenza di Elia coincise con l’inizio della V crociata. E’ altamente probabile, sempre a mio avviso, che Francesco gli abbia voluto affidare un compito diplomatico di grande importanza: preparare il terreno per un dialogo di pace tra Crociati e Saraceni, al fine di riprendere Gerusalemme e i luoghi santi della cristianità, ma senza spargimenti di sangue. Chi, se non frate Elia, era il più adatto per intraprendere questa delicata missione di pace in Terrasanta? E non solo per la vasta cultura che aveva in ogni campo, ma soprattutto per le sue note capacità diplomatiche (ricordiamo che Elia sarebbe divenuto in seguito il consigliere fidato sia dell’imperatore Federico II che del papa Gregorio IX).

beato-angelico-san-francesco-davanti-al-sultano-lindenau-museum-altenburgGiunti a San Giovanni d’Acri in piena estate (forse tra fine luglio e inizio agosto), Francesco e gli altri frati con lui sbarcati, si spostarono verso Damietta, luogo ritenuto altamente strategico in vista della riconquista di Gerusalemme (1) .
Arrivati a Damietta, Francesco e i suoi frati furono però costretti a restare a lungo nel campo dell’esercito crociato, assistendo impotenti per tutto il mese di agosto a scontri cruenti e a sanguinose battaglie.
Francesco avrebbe voluto attraversare il campo nemico e andare a parlare con il Sultano d’Egitto, ma non poté farlo non avendo il permesso del legato pontifici ( il bellicoso e intransigente cardinale Pelagio che secondo gli storici può essere ritenuto il responsabile del fallimento della V crociata).
Io credo che lo scopo ultimo di Francesco non fosse il martirio, come sostenuto da alcune fonti, ma fosse invece  incontrare il Sultano Al-Kamil. Chiamato “il re perfetto” per la sua personalità mite, per la vasta cultura e per la forte spiritualità che lo caratterizzava, il Sultano viveva circondato da sacerdoti Sufi, suoi fidati consiglieri.
Dopo la terribile battaglia del 29 agosto 1219, seguì una breve tregua e fu forse in quei giorni che Francesco riuscì infine ad ottenere il tanto atteso permesso che gli consentì di attraversare il campo nemico e di essere ospitato alla corte del Sultano.
Come ciò poté accadere resta un mistero, anche se personalmente ritengo che l’ incontro sia stato reso possibile dall’abilità diplomatica di frate Elia, il quale aveva verosimilmente avuto già in precedenza dei contatti con i mistici Sufi, nei due anni precedenti della sua permanenza in Terrasanta.
Fu così che l’umile Francesco, che proprio come i Sufi aveva fatto voto di povertà e proprio come loro indossava una tunica logora e rattoppata (ricordiamo che Suf in arabo vuol dire lana), riuscì non solo ad incontrare il Sultano d’Egitto e ad essere da questi ospitato per parecchi giorni, ma anche ad avviare con lui il primo dialogo interreligioso della storia, un dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani nel nome di un unico Dio !


predica_sultano_s_croce_fiFrancesco fu accolto con amicizia ed ospitalità dal Sultano e dai Sufi che lo attorniavano, come riferiscono tutte le fonti.
Furono giorni nei quali si parlò di pace e furono giorni di preghiera.
Giorni che ritengo abbiano in qualche modo preparato il terreno per lo storico successivo incontro che avrebbe avuto luogo, esattamente 9 anni dopo al tempo della VI crociata, tra l’ imperatore Federico II e il Sultano d’Egitto Al Kamil.

Era il 17 marzo del 1229 quando i due potenti sovrani (che sarebbero rimasti grandi amici fino alla morte del Sultano, sopravvenuta nel 1237), giunsero ad uno storico accordo diplomatico, che avrebbe potuto cambiare le sorti di Oriente e Occidente, evitando guerre future.
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Il giorno dopo la riconquista della Città Santa, il  18 marzo del 1229, Federico II Hohenstaufen si autoincoronò Re di Gerusalemme all’interno della chiesa del Santo Sepolcro.
L’imperatore era uscito vincitore dalla VI Crociata riprendendo i luoghi santi della cristianità (non solo Gerusalemme ma anche Nazareth e Bethlemme) e siglando con il Sultano un armistizio di dieci anni. 
Fu quella l’unica Crociata della storia che si concluse pacificamente, senza spargimenti di sangue e senza che vi fossero distruzioni: Gerusalemme era stata liberata, il Monte del Tempio rimaneva accessibile a tutti e, da quel momento in poi, vi avrebbero potuto pregare insieme pellegrini e devoti di religioni diverse, cristiani, ebrei e musulmani.

In conclusione possiamo dire che il viaggio a Damietta alla corte del Sultano, intrapreso nove anni prima dall’umile frate Francesco, non può essere considerato un fallimento (come qualcuno ha invece sostenuto), avendo costituito un presupposto importante (se non determinante) per la successiva trattativa di pace sottoscritta da Federico II e dal Sultano Al-Kamil.
San Francesco d’Assisi, con l’aiuto di frate Elia avrebbe dunque aperto la strada alle successive trattative diplomatiche tra il potente imperatore svevo e il sultano d’Egitto, mostrando che era possibile la convivenza pacifica tra popoli di religione e cultura diverse, e creando altresì le premesse affinché Federico II riottenesse Gerusalemme senza usare né eserciti né armi.
(1) La successiva presa di Damietta, il rifiuto del cardinale Pelagio di accettare le trattative di pace offerte dal Sultano, la prosecuzione degli scontri, avrebbero portato poco dopo alla perdita di Damietta, decretando il fallimento della  V crociata 

di Antonella Bazzoli
, 16 marzo 2020